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I flussi di immigrazione irregolare sono in costante aumento e le forze politiche prendono posizione al riguardo, anche ai fini del dibattito elettorale. L’area cattolica e di sinistra tende ad accettare rilevanti flussi immigratori irregolari, limitando le azioni di contrasto e incrementando l’impegno all’accoglienza e alla redistribuzione dei migranti in ambito Ue; i partiti di centrodestra antepongono il contrasto degli arrivi illegali, attraverso un maggior coinvolgimento dell’Europa (linea prevalente di Forza Italia), la chiusura dei porti alle navi che portano migranti (tesi sostenuta dal Segretario della Lega Matteo Salvini) o l’attuazione di un “blocco navale” (secondo la definizione della leader di Fratelli d’Italia Giorgia Meloni).

Dopo le polemiche in materia di coinvolgimento europeo nel contrasto all’immigrazione irregolare e dopo le tensioni politiche e giudiziarie in materia di “porti chiusi”, ora al centro del dibattito, anche in relazione ai risultati elettorali attesi, c’è la proposta di “blocco navale”. La definizione non è affatto chiara e si presta a equivoci. In prima battuta fa pensare all’azione di navi che si schierano ai confini delle acque territoriali italiane, senza un accordo con lo Stato confinante, per impedire con la forza l’ingresso di imbarcazioni indesiderate nel mare nazionale. Non è questo il caso e non lo potrebbe essere, perché un’azione del genere violerebbe le norme internazionali (che consentono il blocco solo in casi specifici) e risulterebbe scarsamente utile e potenzialmente pericolosa (in quanto sussisterebbe sempre l’obbligo di soccorrere i migranti in difficoltà e potrebbe creare situazioni di pericolo per la loro incolumità).

In realtà il blocco navale cui fa riferimento la Meloni si sostanzierebbe in “una missione europea per bloccare le partenze, in collaborazione con le autorità libiche” (comunicato Ansa del 29 agosto 2022), sul modello dell’accordo tra Europa e Turchia per fermare i migranti provenienti da est, con “apertura in territorio africano di hotspot in cui identificare gli immigrati, distinguendo i veri profughi dai clandestini e consentendo l’accoglienza dei primi negli Stati dell’Ue” (intervista a Panorama del 12 agosto 2022).

La proposta di “blocco navale” richiama l’accordo Europa-Turchia, che postula l’impegno di Ankara ad adottare ogni misura necessaria per evitare rotte marittime o terrestri di immigrazione irregolare dalla Turchia all’Ue, collaborando con i Paesi europei allo scopo. E ripropone una strategia simile a quella dell’Australia, che col programma “No Way” ha sostanzialmente azzerato gli ingressi illegali via mare, attuando il respingimento dei migranti illegali in Paesi terzi rispetto all’Australia, dove verificare le ragioni dei richiedenti ingresso e asilo. In sostanza le diverse forme di “blocco navale” utilizzano la forza per impedire l’immigrazione irregolare e spostano fuori dai territori nazionali i controlli sulle domande di ingresso e asilo, con l’accordo degli Stati coinvolti. Tale modello è contestato dalle associazioni umanitarie, che ravvisano la violazione dei trattati sul soccorso in mare e sul collocamento in un “porto sicuro” di un Paese rispettoso dei diritti umani; la negazione dei diritti umani conseguente all’uso della forza per impedire l’ingresso nei confini a persone in grave difficoltà; l’inadeguatezza delle condizioni di accoglienza e permanenza negli hot spot collocati fuori dai territori nazionali.

In questo quadro la proposta di “blocco navale” dei flussi migratori dalla Libia e dalla Tunisia può essere una valida opzione, a condizione che si costruisca un efficace sistema di ingaggio e gestione. Questo significa arrivare a un accordo di collaborazione con i governi della Libia e della Tunisia, finalizzato al contrasto delle partenze via mare (anche con mezzi di Stati europei ammessi nelle acque straniere), alla riduzione delle morti in mare, al soccorso delle imbarcazioni nelle acque extraterritoriali, al trasferimento dei migranti in centri di prima accoglienza nei territori extra Ue gestiti dalla Ue con la collaborazione di organizzazioni e associazioni umanitarie, alla gestione delle permanenze nel rispetto della dignità e dei diritti dei migranti, all’esame in loco delle richieste di ingresso e asilo, alle operazioni sul posto di respingimento e accoglienza connesse alla valutazione delle richieste dei singoli.

Con tali caratteristiche il “blocco navale” entra in conflitto con le posizioni più o meno “aperturiste” rispetto ai flussi migratori, basate su priorità politiche ed opzioni morali prevalenti rispetto al contrasto dell’immigrazione irregolare. E necessita di una forte volontà politica nonché di fondi adeguati per essere realizzato e implementato. Ma al tempo stesso non risulta lesivo delle ragioni degli Stati di partenza dei migranti, non viola le norme internazionali, demotiva il traffico illegale di persone, riduce al minimo l’uso della forza, garantisce lo sbarco dei migranti in “porti sicuri” garantiti internazionalmente, limita le morti in mare, consente il vaglio delle domande di ingresso e asilo in centri di accoglienza liberi e dignitosi, supporta economicamente i Paesi di partenza per l’impegno operativo e la concessione di aree territoriali.

Blocco navale, che cos'è e perché può funzionare. L'opinione di Pietroni

Dopo le polemiche in materia di coinvolgimento europeo nel contrasto all’immigrazione irregolare e dopo le tensioni politiche e giudiziarie in materia di “porti chiusi”, ora al centro del dibattito, anche in relazione ai risultati elettorali attesi, c’è la proposta di “blocco navale”. Ma la definizione non è affatto chiara e si presta a equivoci. L’opinione di Nazzareno Pietroni

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