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“Una delegazione del governo afghano formata da rappresentanti dei Talebani (organizzazione terroristica riconosciuta e bandita in Russia)”, come scrive il Kommersat usando una definizione realista e una specificazione necessaria tra parentesi, è stata ospitata al Forum economico internazionale di San Pietroburgo (SPIEF). Mohammadunis Hossain, capo della Camera di Commercio e Industria afghana, ha dichiarato che il suo Paese intende intavolare colloqui con la Russia per l’esenzione dai dazi doganali e per l’acquisto di 2 milioni di tonnellate di grano e di petrolio “per la prima volta” — magari sfruttando i ribassi conseguenti alle sanzioni occidentali legati alla guerra in Ucraina.

“Vogliamo discutere con gli imprenditori russi”, ha dichiarato Hossein, offrendo alla Russia verdure, frutta e minerali. Alcune settimane fa businessman russi sono andati in Afghanistan e hanno negoziato l’esportazione di grano, vetro e legname. “Vorremmo anche discutere con il governo russo l’esenzione dai dazi doganali per frutta secca e minerali afghani”, ha dichiarato il membro della delegazione. Il nuovo governo afghano non è riconosciuto dalla Russia, ma il ministero degli Esteri russo ha dichiarato il 14 giugno che esiste una prospettiva di riconoscimento.

C’è un moto in questo senso che passa da diverse cancellerie, come Arabia Saudita, Emirati Arabi, Turchia, e Paesi regionali. È una visione pragmatica: i Talebani amministrano di fatto l’Afghanistan dallo scorso agosto e chiunque voglia costruire relazioni con il Paese trova loro come interlocutori a Kabul. Alcuni fatti di queste ultime settimane disegnano il quadro.

Per esempio, a fine maggio si è creato un incrocio di relazioni interessanti. Un portavoce talebano ha dichiarato che il colloquio tra il governo afghano, la Turchia e il Qatar non si sarebbe fermato nonostante fosse stato annunciato un accordo per dare in gestione alla società emiratina GAAC Solutions gli aeroporti di Kabul, Kandahar e Herat. Turchi e qatarini avevano interesse a entrare nel business di GAAC.

A inizio mese, il ministro di Stato degli Emirati Arabi Uniti, Ahmed Ali al-Sayegh, ha incontrato il rappresentante speciale degli Stati Uniti per l’Afghanistan, Thomas West, per discutere degli sforzi per risolvere la crisi umanitaria nel Paese. Secondo le informazioni diffuse dall’agenzia stampa emiratina WAM, West ha ringraziato il contributo degli Emirati a sostegno del popolo afghano, sottolineando la necessità di intensificare l’azione della Comunità internazionale per ottenere un futuro migliore per l’Afghanistan e alleviare le sofferenze del suo popolo.

Ancora: qualche giorno fa, il primo volo con a bordo 350 pellegrini afghani è arrivato in Arabia Saudita da Kabul, per compiere la Hajj per la “prima volta in 40 anni”, scrive Taliban News. La scorsa settimana, il Fondo fiduciario umanitario dell’Afghanistan ha ricevuto 30 milioni di dollari attraverso la Banca di sviluppo islamica, che ha sede a Jeddah. Finora i rapporti erano freddi, ma lo stato dei fatti ha mosso le carte.

Un altro esempio di come si stanno muovendo le cose attorno a Kabul: il vice Ceo di Power China, un gigante energetico cinese, ha incontrato Sayed Mohiuddin Sadat, responsabile degli affari afghani a Pechino. Durante l’incontro, il manager cinese ha fornito informazioni dettagliate sulle attività della società e ha espresso il suo interesse a investire nei settori idrico ed elettrico afghani.

Il ruolo dell’Afghanistan è fondamentale per gli equilibri dell’Asia Centrale, un territorio attorno a cui si muovono interessi di questi attori citati — anche perché l’effetto del conflitto russo in Ucraina potrebbe modificare alcuni equilibri nella regione e aprire nuovi spazi. Una fotografia dell’importanza della Regione: Vladimir Putin parlando da San Pietroburgo l’ha definita di fatto come parte della Russia; papa Francesco, a settembre, potrebbe incontrare il patriarca russo Kuril in Kazakistan.

Il mondo occidentale — Europa e Stati Uniti — ha maggiori difficoltà nel costruire certe relazioni perché elevano il tema dei diritti umani, civili, democratici, a vettore di politiche internazionali. I Talebani rappresentano una dittatura jihadista che disconosce la gran parte di diritti su cui si fondano gli Stati occidentali: questo rende complicati certi processi di contatto. È una delle differenze tra i modelli democratici e gli altri proposti da altri attori degli affari internazionali.

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