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Che il posizionamento sia uno degli elementi principali nella costruzione di una proposta politica o di una leadership ormai è un concetto assodato. Lo si nota ancora di più quando esso manca: quando cioè diventa difficile identificare un leader con le sue proposte, o quando un partito fatica a dialogare con i propri elettori e non riesce ad ampliarsi.

Spesso il giornalismo commenta questi processi fisiologici dicendo, ad esempio, che Tizio ha “perso il tocco”, oppure che “non ha più smalto”, “si fa consigliare male” o “si è isolato”. Tutte cose plausibili, certamente, ma che sono conseguenze dell’assenza di posizionamento – e non la causa. L’effetto più visibile di questo fenomeno è la discesa nei sondaggi e la perdita di credibilità di un leader, ma questo meccanismo ha radici più complesse della volatilità elettorale: spesso coinvolge leadership nate da crisi interne mai sopite, o risolte frettolosamente, leadership in cui le forze politiche ripongono ogni speranza; altre volte sono leadership costruite a tavolino e che fan leva su meccanismi di fidelizzazione posticci, troppo legati a un’attualità che – per sua definizione – è sempre più mutevole. Difficilmente infatti questo fenomeno si verifica con leadership legate a istanze attivamente sentite dai cittadini, a temi concreti, e con una struttura organizzativa ramificata che colleghi in modo efficiente elettori ed eletti.

Intendiamoci: essere leader politici, oggi, non è facile, complice una politica sempre più veloce fatta di cambiamenti dello status quo inaspettati e traumatici, le leadership seguono sempre più la dinamica di meteore. Spesso figure politiche anche brillanti vengono bruciate nel tritacarne politico-mediatico oppure si scottano una volta avvicinatesi troppo al sole, come novelli Icaro: ne sono un esempio, oggi, Matteo Salvini e Giuseppe Conte. Le loro difficoltà sono evidenti: entrambi faticano a inserirsi in modo efficace nel dibattito politico legato all’azione di governo, e spesso i ruoli dei due si intrecciano e si sovrappongono, accomunate dalla difficoltà di dare risposte soddisfacenti alle aspettative del proprio elettorato. Ma non è solo questo il tema.

La risposta alle ragioni di questa crisi è da ricercare nelle dinamiche con cui i due hanno dato vita alla propria leadership, e a come l’hanno alimentata. Pur acquisendo notorietà e carisma in contesti diversi, entrambi hanno fatto leva su dinamiche molto simili: da una parte, la necessità di ravvivare un partito, la Lega (fu) Nord, e di dare un volto all’operazione di rebranding e di riposizionamento su scala nazionale tramite una leadership apprezzata e sotto i riflettori. Dall’altra, il tentativo di reagire a una crisi di consenso ponendo a capo del (fu) Movimento – oggi partito a tutti gli effetti – un ex presidente del Consiglio in possesso di livelli di fiducia elevatissimi. In entrambi i casi, ciò che ha permesso ai due leader di affermarsi è stato il mostrarsi capaci di rispondere alle richieste di cambiamento di strutture politiche in crisi; entrambi sono stati eletti come leader dalla rispettiva base, certo; ma sempre in un contesto di assenza di una competizione vera e propria (e, nel caso di Conte, assenza di una competizione tout court), più che di confronto tra una maggioranza vincente su una minoranza dialogante; entrambi, infine, hanno usato la leva del senso di urgenza e di pericolo per dare forza e credibilità al proprio operato, e per mantenerlo sotto i riflettori: la crisi di fiducia verso l’Europa, i flussi migratori e l’emergenza sicurezza per il primo; l’incertezza legata a una crisi di governo in piena estate, e poi soprattutto la pandemia, per il secondo.

Sul piano delle forme della comunicazione, poi, entrambi hanno fatto molto affidamento alle innovazioni mediatiche per consolidare la propria leadership: Matteo Salvini è stato un innovatore dei canali digitali, ma la sua fortuna (e abilità) è stata il saper integrare canali tradizionali e nuovi media per sostenere la propria affermazione; Giuseppe Conte, sia pure con altri toni, ha premuto l’acceleratore comunicativo e mediatico durante la pandemia facendo leva sulle opportunità del cosiddetto rally ‘round the flag effect, dinamica per la quale i cittadini, nei momenti di crisi, tendono a stringersi intorno ai simboli nazionali, leader compresi.

Ma ora? Che diavolo sta succedendo a entrambi?

Sta succedendo che i due leader faticano a confrontarsi con un presidente del Consiglio che lascia ben poco spazio alle polemiche di chi fa parte della sua stessa maggioranza, mettendo in una posizione piuttosto difficile chi alza la voce per intestarsi questa o quest’altra polemica; Mario Draghi e il suo governo, infatti, nonostante tutto, sono molto apprezzati da un’ampia maggioranza degli italiani, e – complice il carisma, internazionale e interno, del presidente del Consiglio – le voci in dissenso non vengono viste particolarmente di buon occhio, andando a minare quel posizionamento che Conte e Salvini avevano faticosamente cercato di costruire: un leader che sa dare voce ai “veri problemi” dei cittadini, da una parte, e dall’altra un leader credibile per come ha ricoperto il suo incarico istituzionale. È in quest’ottica che andrebbero quindi lette le ultime mosse dei due: il tentativo è quello di tornare ad appropriarsi di temi, arrivando a lambire pericolosamente degli argomenti difficili da cavalcare. L’annunciato viaggio di Salvini in Russia non è, in questo senso, diverso dalle velate minacce di Conte sulla tenuta del governo delle ultime settimane.

Le due mosse hanno diversi stili, ovviamente, così come sono diversi gli effetti e le reazioni che scatenano. Ma entrambe hanno l’obiettivo di (ri)affermare la propria leadership, di dire ai propri elettori “io ci sono ancora, noi ci siamo ancora” e di mantenere vivo un posizionamento in un agone politico-mediatico che, ormai da più di 100 giorni, dà sempre meno spazio alle tematiche interne e lascia quindi ben pochi appigli per i due leader in cerca di posizionamento. Ecco il motivo del rumore che i due fanno: la necessità di trovare uno spazio ove posizionarsi.

L’estate è alle porte, la scuola è quasi finita, a breve queste dinamiche dovrebbero (il condizionale è d’obbligo) sopirsi nella calura agostana. Intanto, una cosa è certa: tanto Conte quanto Salvini sono rimandati a settembre per l’esame di riparazione in leadership.

Salvini e Conte, due personaggi in cerca di posizione

L’estate è alle porte, la scuola è quasi finita, a breve le dinamiche create dai due leader dovrebbero (il condizionale è d’obbligo) sopirsi nella calura agostana. Intanto, una cosa è certa: tanto Conte quanto Salvini sono rimandati a settembre per l’esame di riparazione in leadership. L’analisi di Martina Carone, YouTrend e Università di Padova

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