Skip to main content

Ci sono periodi che non vengono archiviati perché superati, ma perché troppo densi. Il tempo del Covid è uno di questi. E insieme a quel tempo è stato rimosso anche ciò che, nel silenzio, ha continuato a far funzionare una parte essenziale dello Stato. Roma, allora, non era una capitale: era uno spazio vuoto. Via del Corso senza passi, Largo Chigi senza voci, lo sguardo che correva fino all’Altare della Patria attraversando solo aria e pietra. Una città sospesa, attraversata soltanto da chi non poteva fermarsi: forze dell’ordine, apparati di sicurezza, funzioni essenziali. Tutto il resto era chiuso, confinato, trattenuto. In quel vuoto, il Copasir non si è fermato. Non era scontato.

Non lo era per i parlamentari che raggiungevano Roma percorrendo autostrade irreali, deserte, quasi ostili. Non lo era per chi arrivava da fuori, trovando una città senza servizi, senza normalità, senza nemmeno un luogo dove fermarsi la sera. Non lo era per i funzionari, per il personale, per chi garantiva la tutela e la sicurezza del Comitato in condizioni mai sperimentate prima. Eppure si andava. Sempre. I componenti c’erano. I funzionari c’erano. Chi doveva garantire continuità istituzionale c’era. E dentro quelle stanze, mentre fuori l’Italia era ferma, si affrontavano questioni che andavano ben oltre l’emergenza sanitaria: sicurezza nazionale, sistemi di controllo, flussi di dati, proposte tecnologiche presentate come risolutive, interlocuzioni internazionali non sempre decifrabili.

In un tempo in cui tutto veniva semplificato per necessità, il compito del Comitato era esattamente l’opposto: complicare, verificare, dubitare. In quei mesi arrivavano soluzioni che promettevano certezze, spesso sostenute da istituti autorevoli e circuiti scientifici e finanziari apparentemente incontestabili. Ma proprio allora emerse la necessità di guardare più a fondo, di capire chi finanziava, chi orientava, quali interessi strategici si muovevano dietro proposte che si dichiaravano neutrali, anche quando questo significava confrontarsi con influenze esterne, indirette, difficili da spiegare pubblicamente. Di tutto questo, però, non si è parlato.

E non perché non ci fosse nulla da dire. Si è taciuto perché il silenzio era parte del mandato. Durante quel periodo, da presidente del Copasir, ho rilasciato pochissime dichiarazioni. Quasi nessuna. Non per prudenza personale o calcolo politico, ma per rispetto rigoroso della funzione. Chi opera sulla sicurezza nazionale sa che non tutto ciò che conta può essere raccontato e che ci sono momenti in cui la parola indebolisce e il silenzio protegge. Quel silenzio, oggi, forse risulta comodo a chi allora non volle ascoltare, o a chi comprese che avevamo ascoltato fin troppo. In una fase in cui la politica rappresentativa era compressa, la società civile chiusa nelle case e il potere decisionale concentrato nell’urgenza, il Copasir ha rappresentato uno dei pochi presìdi di equilibrio istituzionale: non visibile, non narrabile, ma necessario; non opposizione né propaganda, ma vigilanza e responsabilità. Oggi, a distanza di pochi anni, colpisce un altro dato: molti di coloro che hanno vissuto quell’esperienza non siedono più in Parlamento. È un fatto. Io stesso non sono stato riconfermato. Non lo si dice per lamento o nostalgia, ma perché forse non è un elemento neutro.

Quell’esperienza ha prodotto consapevolezze difficili da ricondurre alla normalità politica successiva, ha mostrato fragilità strutturali e intersezioni tra emergenza, tecnologia e interessi strategici che non potevano essere semplificate senza conseguenze. E forse ciò che si è capito allora, prima, durante e subito dopo, è risultato ingombrante. Non scandaloso, non eversivo, semplicemente non addomesticabile. La politica, quando l’emergenza finisce, tende a rimuovere ciò che ricorda quanto sia stata fragile, e insieme all’emergenza rimuove anche i presìdi che hanno funzionato senza clamore e senza racconto.

Quel Copasir ha svolto il proprio dovere fino in fondo, nel rispetto pieno del mandato e nel silenzio che quel mandato imponeva. E forse è proprio per questo che oggi è così facile dimenticarlo. Forse avevamo capito troppo. A chi c’era, ai componenti del Comitato sempre presenti, ai funzionari, al personale, a chi ha garantito tutela e sicurezza in giorni in cui farlo non era scontato, va un ringraziamento che non è personale ma che dovrebbe appartenere a tutto il Paese, perché in quel tempo sospeso, quando quasi nulla funzionava come prima, qualcosa ha continuato a reggere, e lo ha fatto in silenzio

Quel Copasir dimenticato. Il silenzio che reggeva lo Stato raccontato da Volpi

Di Raffaele Volpi

Il tempo del Covid è è stato dimenticato. E insieme a quel tempo è stato rimosso anche ciò che, nel silenzio, ha continuato a far funzionare una parte essenziale dello Stato. Il racconto di Raffaele Volpi, ex presidente del Copasir

Dai pro Maduro ai pro Putin. La radicalizzazione della sinistra è una garanzia per Meloni. Parla Velardi

Il presidente del Consiglio alla conferenza stampa di inizio anno si espone sul referendum della Giustizia. Gli avversari si radicalizzano e utilizzano come unico collante l’essere anti-governativi, ma senza reali proposte alternative. L’Ue ha perso la bussola ed è in crisi di leadership. Le piazze pro Maduro, pro Putin e pro Hannoun sommano gli estremismi. Fra gli ayatollah e Trump? La scelta, difficile, è comunque l’America. Colloquio a tutto campo con il direttore del Riformista, Claudio Velardi

Giustizia, adesso i Popolari per il Sì nel nome di Vassalli. L'opinione di Merlo

Nei prossimi giorni in una conferenza stampa a Roma verranno spiegate le ragioni politiche, culturali e storiche che portano molti Popolari ed ex democristiani a
condividere le ragioni della riforma della Giustizia. Nel nome dei principi fondativi del Ppi. La lettura di Giorgio Merlo

Phisikk du role - Le parole di zio Sam

Sarebbe il caso che le comunità delle nazioni che ancora continuano a credere nel valore assoluto della diplomazia e della politica, entrambe poggiate su un lessico compatibile, cominciassero a non lasciar cadere le parole forti, come se a pronunciarle fosse un vecchio zio un po’ così a cui si deve comprensione perché ha una certa età. Perché Zio Sam se può governare una nazione dovrà assumersi anche l’impegno di qualche regola. Cominciando dalle parole. La rubrica di Pino Pisicchio

Tutte le debolezze dei "bloccatori” di riforme. L'antidoto (liberale) di Sterpa

Di Alessandro Sterpa

Il blocco delle riforme è diventato un mestiere, più che una posizione di merito. C’è una differenza tra conservazione e ostruzionismo ideologico. È prassi consolidata l’uso strumentale della Costituzione per difendere lo status quo. Nel paradosso italiano, chi governa riforma e chi si dice progressista frena. Ma sondaggi e mobilitazione debole indicano una possibile inversione: a fermarsi, stavolta, potrebbero essere i “bloccatori”. La via liberale indicata da Alessandro Sterpa, costituzionalista e professore dell’Università della Tuscia 

Dalle rotte ai campi di sterminio, la Libia analizzata da al Ghwell

Di Hafed al Ghwell

La Libia è diventata il terminale violento delle rotte migratorie africane, dove detenzione, estorsione e uccisioni costituiscono un vero e proprio sistema economico. Un sistema alimentato dal collasso regionale e dalla strategia europea di contenimento, che ha spostato a sud il costo umano della deterrenza. L’opinione di Hafed Al-Ghwell, senior fellow e direttore del programma Nord Africa allo Stimson Center

“Ma anche no” di don Rosini è un appello a tornare cattolici. La lettura di Delle Site

Di Benedetto Delle Site

Un saggio contro le semplificazioni del nostro tempo. In “Ma anche no” don Fabio Rosini smonta la logica dell’aut-aut e rilancia l’“et-et” come cifra autentica del pensiero cattolico: tenere insieme verità e carità, giustizia e misericordia, senza cadere nel relativismo né nel manicheismo. Un libro che invita al discernimento, al distacco dalle idolatrie ideologiche e a una fede capace di abitare la complessità senza paura. La recensione di Delle Site 

L’apparato di sicurezza iraniano non è all’altezza della minaccia israeliana. Teti spiega perché

Di Antonio Teti

Le crepe dell’intelligence iraniana non sono contingenti, ma strutturali, poiché esse riflettono un sistema concepito per il controllo interno più che per la competizione strategica esterna. E il futuro della sicurezza iraniana dipenderà dalla capacità di trasformare le ammissioni di fallimento in riforme reali. L’analisi di Antonio Teti

Luci ed ombre nell’intervento Usa in Venezuela. La versione di Polillo

Sarà certamente stata, sul piano militare, una delle “più spettacolari operazioni degli Stati Uniti dalla Seconda guerra mondiale”. Ma lo è stata anche da un punto di vista politico? Il problema merita una riflessione più approfondita. L’analisi di Gianfranco Polillo

Polizze catastrofali, un cammino stop and go. L'opinione di Pedrizzi

Originariamente l’adempimento introdotto con la finanziaria del 2024 era previsto con scadenza al 30 dicembre di quell’anno, ma una serie di proroghe avevano di volta in volta fatto slittare il termine, fissando date differenziate in base alle dimensioni delle aziende: per le grandi imprese al primo giugno 2025, per le medie imprese al primo ottobre e per le aziende più piccole a fine 2025. Poi, però…

×

Iscriviti alla newsletter