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Il presidente del Parlamento iraniano Mohammad Bagher Ghalibaf ha accusato Washington di giocare una partita doppia: da un lato dichiarare apertura al negoziato, dall’altro preparare in segreto un’operazione di terra. Ghalibaf è una figura centrale in questa fase, visto che potrebbe essere uno degli elementi più pragmatici della leadership con cui Washington potrebbe intavolare un negoziato reale – teoricamente attraverso una delegazione guidata dal vicepresidente JD Vance, da sempre tra i più scettici sull’avvio delle operazioni militari. Le parole del leader iraniano arrivano mentre dagli Stati Uniti escono indiscrezioni su piani militari in fase di elaborazione al Pentagono, e contribuiscono a definire un quadro in cui percezioni e intenzioni rischiano di divergere rapidamente.

Secondo fonti statunitensi citate per primo dal Washington Post, da settimane sono allo studio opzioni per incursioni terrestri limitate all’interno dell’Iran. Niente di sorprendente, che tali pianificazioni siano avviate è quasi logico. Non si tratterebbe di un’invasione su larga scala, ma di operazioni mirate contro obiettivi strategici, in particolare infrastrutture costiere legate alla sicurezza marittima nello Stretto di Hormuz e nodi energetici sensibili come Kharg Island. L’orizzonte temporale ipotizzato sarebbe di settimane, al massimo pochi mesi, a indicare la volontà di mantenere un profilo contenuto.

Eppure, la logica di queste opzioni va oltre una semplice escalation tattica. Colpire dall’aria può degradare capacità militari e infrastrutture, ma non elimina in modo definitivo il rischio nucleare. Un obiettivo più ambizioso — mettere in sicurezza le scorte di uranio altamente arricchito — richiederebbe accesso fisico ai siti, molti dei quali dispersi, protetti e in parte sotterranei. Ciò implicherebbe non solo raid di forze speciali, ma il controllo temporaneo di installazioni sensibili, la gestione di materiali pericolosi e operazioni di estrazione complesse. In altre parole, la distinzione tra missione limitata e campagna terrestre più ampia tenderebbe rapidamente a sfumare. Non solo forze speciali, ma un dispositivo più ampio, supportato da unità anfibie che fanno da background alle incursioni.

Questo nodo operativo si intreccia con un evidente scarto politico. Mentre il Pentagono prepara queste opzioni, la leadership continua a inviare segnali contrastanti. Donald Trump ha minimizzato pubblicamente l’ipotesi di dispiegare truppe, mentre il segretario di Stato Marco Rubio ha insistito sul fatto che gli obiettivi statunitensi possano essere raggiunti senza un conflitto prolungato e senza presenza sul terreno. Allo stesso tempo, la Casa Bianca mantiene una postura di pressione massima, alternando aperture negoziali a minacce esplicite.

Questa ambiguità potrebbe non essere casuale, ma riflette una strategia che combina deterrenza e negoziazione: dimostrare disponibilità all’escalation per rafforzare la posizione negoziale. In questo quadro si inserisce anche l’attivismo diplomatico regionale. Egitto, Pakistan, Arabia Saudita e Turchia sono impegnati in contatti intensi, con Islamabad che emerge come possibile snodo per un percorso negoziale. Resta però incerto se Washington stia cercando un’uscita dal conflitto o se utilizzi il canale diplomatico per guadagnare tempo mantenendo l’opzione militare totale come alternativa per risolvere fino in fondo la questione.

Da Teheran, la lettura è opposta. I vertici iraniani sostengono che la guerra abbia già smentito l’ipotesi di un collasso del regime. Entrato nel secondo mese, il conflitto si è ampliato anziché ridursi, la leadership è stata decapitata ma si è mantenuta i vita, l’uso continuativo di droni e missili e il coinvolgimento di attori regionali come gli Houthi nello Yemen e Hezbollah in Libano amplia le potenzialità iraniane. Il controllo, anche parziale, dello Stretto di Hormuz continua inoltre a offrire una leva strategica rilevante, amplificando l’impatto economico globale di ciò che l’Iran può fare per rappresaglia.

Alcune fonti diplomatiche regionali, che preferiscono l’anonimato, vedono in questa dinamica i segnali di un errore di calcolo più profondo. Il confronto con la guerra in Iraq suggerisce come aspettative di un esito rapido possano lasciare spazio a scenari molto più complessi. In questo caso, la tenuta del sistema iraniano e l’espansione del conflitto potrebbero spingere verso un salto di scala — inclusa un’operazione di terra — non come scelta iniziale, ma come risposta a obiettivi non raggiunti.

A complicare ulteriormente il quadro intervengono i vincoli interni agli Stati Uniti. Negli ultimi giorni, proteste diffuse in tutti i 50 stati hanno evidenziato un crescente malcontento per la gestione del conflitto e per l’espansione dei poteri presidenziali, soprattutto in assenza di un chiaro mandato del Congresso. In un contesto segnato da tensioni economiche e dalla prospettiva elettorale, il costo politico di un’escalation appare sempre più rilevante. Eventuali perdite tra i militari statunitensi avrebbero un impatto immediato sul consenso dell’amministrazione. E immaginare una campagna terrestre senza perdite è irrealistico.

È proprio questa tensione — tra logica operativa e sostenibilità politica — a definire il momento attuale. Da un lato, portare fino in fondo alcuni obiettivi strategici potrebbe spingere verso opzioni che implicano una presenza sul terreno. Dall’altro, i rischi militari, regionali e domestici rendono questa scelta altamente controversa.

Non si può escludere che ulteriori pressioni, anche da parte israeliana, possano contribuire a spingere Washington verso un coinvolgimento più diretto – sebbene il governo di Benjamin Netanyahu si stia lamentando attraverso canali informali di come gli Usa siano ansiosi di chiudere la guerra al di là del raggiungimento di obiettivi totali. Ma è altrettanto plausibile che l’amministrazione stia utilizzando la credibilità dell’opzione militare come strumento negoziale, in linea con una logica di “pace attraverso la forza”.

(Foto: X, @CENTCOM)

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