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La guerra che si sta consumando in Iran è già, nei fatti, un detonatore geopolitico. Tra tensioni militari, diplomazie in affanno e un’Europa ancora incerta sul ruolo da giocare, il conflitto mediorientale si impone come banco di prova per leadership e strategie occidentali. Ma, soprattutto, per la tenuta dell’alleanza atlantica dopo le bordate del presidente Donald Trump e la replica del presidente francese Emmanuel Macron. In questo scenario, alla vigilia di un Consiglio europeo tutt’altro che semplice, il professore di Scienza Politica all’Università La Sapienza, Mattia Diletti analizza per Formiche.net le implicazioni politiche, economiche e strategiche di una crisi che – avverte – può incidere direttamente anche sulla stabilità dei governi europei e sugli assetti futuri dell’alleanza atlantica.

Professor Diletti, qual è la sua valutazione complessiva sulla guerra in Iran allo stato dei fatti? 

Si tratta di un conflitto contrario al nostro interesse nazionale ed europeo sul piano materiale e molto discutibile anche dal punto di vista del diritto internazionale. È il prodotto di una dinamica reiterata di prevaricazione nei confronti degli alleati di Stati Uniti e Israele. Il quadro che ne emerge è insostenibile e rischia di produrre conseguenze durature in termini di instabilità.

Esiste uno spazio per la diplomazia in questa fase?

L’auspicio è che si torni il prima possibile a una via diplomatica, anche per ragioni strategiche. Israele non ha alcun interesse a favorire un esito che rafforzi l’Iran, ma le vie d’uscita sbagliate generano soltanto morti, disordini e nuove tensioni. Nessuno nutre simpatie per il regime degli ayatollah, tuttavia non si può accettare che a governare sia il caos con il suo carico di sofferenze.

Siamo alla vigilia di un Consiglio europeo che si preannuncia complicato. Quale dovrebbe essere la postura europea?

Serve maggiore coraggio nel proporre soluzioni diplomatiche e nel rifiutare logiche di fiancheggiamento delle guerre. L’Unione europea deve accelerare il processo di integrazione della capacità di difesa e costruire una strategia comune di politica estera. Questo passaggio può rappresentare un turning point per il progetto europeo.

Quali ripercussioni intravede per l’Italia?

Il nostro Paese rischia molto sul piano economico perché è particolarmente esposto alle turbolenze energetiche e commerciali. Il contesto che si sta creando può incidere anche sulla tenuta politica dell’esecutivo e sulla leadership di Giorgia Meloni.

E sul fronte statunitense?

Qualcuno dovrà suggerire una via d’uscita che consenta agli Stati Uniti di rientrare rapidamente dal conflitto salvando la faccia. Anche un’eventuale normalizzazione dello stretto di Hormuz non eliminerebbe il rischio di una persistente instabilità. Se la situazione dovesse deteriorarsi ulteriormente, questo scenario potrebbe segnare l’inizio di una fase molto complicata per Donald Trump.

Torniamo all’Italia. Come si dovrà comportare il governo italiano in questa fase?

Meloni ha mostrato una certa cautela nel rapporto con alcuni ambienti della destra americana e ha mantenuto finora un equilibrio politico rilevante. Tuttavia dovrebbe rafforzare ulteriormente il suo ancoraggio alla dimensione europea, consolidando il posizionamento dell’Italia all’interno dell’Unione.

Quale atteggiamento dovrebbe prevalere nel centrodestra italiano anche per salvaguardare i rapporti transatlantici?

Dovrebbe prevalere una linea che potremmo definire andreottiana, orientata più a tirare a campare che a imprimere svolte decisive. Sul piano europeo, però, il contesto internazionale non consente più attendismi: la guerra in Iran impone scelte rapide e una maggiore assunzione di responsabilità strategica. 

Meno Trump, più Ue. La linea (giusta) di Meloni sull'Iran. Parla Diletti

La guerra in Iran rappresenta, secondo il politologo Mattia Diletti, un conflitto contrario agli interessi nazionali ed europei, destinato a produrre instabilità politica ed economica. L’esperto invoca un rapido ritorno alla diplomazia e sollecita l’Unione europea ad assumere un ruolo più coraggioso e integrato sul piano della difesa e della politica estera. In questo contesto, l’Italia rischia ricadute significative mentre la leadership occidentale, da Washington a Bruxelles, è chiamata a scelte strategiche che potrebbero segnare un vero punto di svolta

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