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Il senso di quanto sia centrale, quasi predominante, il tema sicurezza in Medio Oriente e Nord Africa lo ha fornito direttamente lo Stato islamico. Due miliziani baghdadisti hanno ucciso due agenti di polizia israeliani entrambi diciannovenni, a Hadera, nel centro dello Stato ebraico: erano intervenuti mentre gli uomini dell’Is stavano aprendo il fuoco contro le auto che passavano.

Da alcuni video circolati, gli attentatori si dimostrano abili nell’usare gli AK di cui erano forniti, e Amaq Agency — organo di diffusione di notizie propagandistiche dello Stato islamico — li definisce “un commando”, ossia sottolinea che non è il classico lupo solitario auto-indottrinato ma una coppia addestrata per attaccare.

Mentre si consuma il secondo attentato in pochi giorni (l’altro a Beer Sheva, quattro morti anche in quel caso da un affiliato dell’Is), nel Negev Peace Summit si riuniscono i ministri degli Esteri dei Paesi che aderiscono agli Accordi di Abramo, ossia Israele, Emirati Arabi Uniti, Bahrein, Marocco e Stati Uniti, più l’Egitto. Vertice che porta la parola “pace” nel nome e serve a ricordare il valore di quel passaggio guidato da Washington che ha portato la normalizzazione dei rapporti tra alcuni Paesi del mondo arabo e lo stato ebraico, ma soprattutto ha creato una nuova catena di alleanze.

E questa catena ha innanzitutto scopo securitario. La condivisione di intelligence guida queste nuove relazioni basate soprattutto nel rendere un posto più sicuro quel quadrante ampio che la politica estera italiana individua come Mediterraneo allargato. Un’area in cui si muovono ancora i gruppi terroristici affiliati alle grandi sigle internazionali e altri attori border line. Come per esempio i ribelli yemeniti Houthi, che hanno colpito due giorni fa a Jeddah un impianto della Saudi Aramco, la petrolifera saudita.

Un’immagine, l’attacco, avvenuto mentre sul circuito della città saudita erano in corso le prove libere del Gran Premio di F1, che segna la cifra della sfida tanto quanto l’attentato di Hadera. Eventi come la gara di Formula 1 o il vertice diplomatico israeliano disturbati dagli attori che intendono destabilizzare la regione.

Da una parte i terroristi sunniti baghdadisti, che considerano colpevoli di blasfemia — dunque da condannare a morte — le monarchie del Golfo che da anni si sono aperte al dialogo (soprattutto economico-commerciale, ma anche culturale come dimostra l’Expo di Dubai o il Louvre di Abu Dhabi) con l’Occidente. Figurarsi come possono interpretare la nuova cooperazione con Israele.

Dall’altra parte l’internazionale sciita collegata, tramite i Pasdaran, alla Repubblica islamica. L’Iran fornisce armi agli Houthi, che hanno un’agenda propria ma che si sovrappone agli interessi di Teheran per indebolire il Golfo, così come quella dei libanesi di Hezbollah è utile per colpire Israele. I Pasdaran fanno da riferimento a una serie di milizie sciite che proteggono i loro interessi mentre seguono un’agenda contro i rivali di Teheran.

È su questa doppia dimensione che si snoda la sfida regionale, anche perché spesso per omogeneità di interessi le forze jihadiste hanno trovato assistenza tra gli iraniani, nella rappresentazione simbolica di quanto il detto “il nemico del mio nemico è mio amico” possa superare le divisioni ideologiche religiose.

Dal Negev Peace Summit è uscita una condanna all’attacco terroristico subito da Israele, ma soprattutto esce la volontà di stabilire una più stretta cooperazione tra i Paesi partecipanti — che da anni c’è con l’Egitto, Il Cairo parla con Gerusalemme di questioni connesse alla sicurezza del Sinai e di Gaza. Verrà creato un meccanismo di cooperazione per la sicurezza regionale che andrà dal terrorismo alle minacce aeree (come missili e droni), fino alla pirateria nel Mar Rosso.

L’obiettivo è formare un gruppo di lavoro per dare seguito a questo problema, e collaborare alleggerendo anche l’impegno degli Stati Uniti sulla questione principale della regione, la sicurezza appunto — che complica qualsiasi tentativo e desiderio di ulteriore sviluppo. Il formato del Negev diventerà una ministeriale regionale annuale attraverso cui costruire “un’architettura di sicurezza regionale” basata sulla “condivisione delle reciproche capacità”, come ha detto in conferenza stampa l’israeliano Yair Lapid.

“Gli accordi di pace regionali non sostituiscono un processo di pace con i palestinesi”, ha ricordato l’americano Antony Blinken, che è in Medio Oriente ed è passato anche per incontri con l’Autorità Palestinese, sottolineando che “una delle questioni discusse oggi è come i Paesi che partecipano a questo vertice possono aiutare i palestinesi”. La menzione serve anche per superare le critiche di chi sostiene che con la normalizzazione legata agli Accordi di Abramo la questione palestinese è stata messa da parte.

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