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La guerra dell’informazione e il suo spazio parallelo vedono, all’indomani della proposta del Democratic Shield europeo, due meccanismi, prodotti da due Sistemi diametralmente opposti, a confronto. Da un lato la macchina disinformativa del Cremlino, un ecosistema fluido che combina saturazione, ambiguità e pressione narrativa continua. Dall’altro lo Scudo europeo per la Democrazia, che tenta di costruire una difesa sistemica fondata su trasparenza, coordinamento e resilienza istituzionale. Due modelli incompatibili, figli della propria storia politica, culturale e sociale, si fronteggiano sul territorio delle opinioni pubbliche.

Da Mosca

Il mosaico disinformativo del Cremlino assomiglia più a un sistema di ingranaggi semiautonomi che a una macchina monolitica. Ogni piattaforma (Telegram, organi ufficiali come Tass, televisione, piattaforme digitali) risponde a logiche proprie, ma tutte orbitanti attorno allo stesso centro di gravità: mantenere il controllo interno, condizionare le percezioni esterne e accompagnare l’azione militare con un flusso narrativo continuo.

La ricerca The Collage of the Kremlin’s Communication Strategy, preparata dal Nato Strategic Communications Centre of Excellence, utilizza un approccio accurato per profondità e ampiezza. Il bacino di ricerca, composto da oltre 69 mila articoli ufficiali, 3,67 milioni di post Telegram e 536 ore di programmi Tv e setacciati con tecniche di topic modelling (BerTopic) per una strategia “bottom-up” che ha permesso di far emergere i temi nascosti, oltre a quelli dichiarati.

Il report, che descrive un sistema informativo russo articolato come un insieme di ingranaggi autonomi, dove ogni pezzo mantiene una propria dinamica pur rispondendo allo stesso centro di gravità politica, parte da una domanda fondamentale: come è stata condotta la comunicazione russa sull’invasione dell’Ucraina tra ottobre 2021 e dicembre 2023, e quanto questa macchina riesce davvero a rimanere sotto controllo del Cremlino?

Il primo livello di lettura riguarda Telegram, che nel report emerge come il terreno più vivo e tattico. La piattaforma ospiterebbe canali inquinanti, il cui obiettivo sarebbe quello non di informare ma di saturare, manipolare, l’infosfera. Accanto a questo, il report individua gli “amplificatori”, una rete ristretta e perfettamente identificata, che rilancia contenuti provenienti da media statali con una potenza sproporzionata rispetto alla loro audience reale.

Osservando le dimensioni militare, economica, politica estera, emergono pattern ricorrenti. Sulla dimensione militare, Telegram diventa la cassa di risonanza per ogni movimento occidentale: il picco di gennaio 2023, con la decisione di fornire i Leopard e i Challenger, si trasforma immediatamente in una valanga di contenuti informativi, poi manipolati, dunque corrosivi.

In parallelo scorrono le comunicazioni ufficiali, che il report individua come il secondo livello di lettura. Il tono qui è più freddo, giuridico, controllato, col ministero della Difesa che genera oltre metà di tutta la produzione istituzionale. La logica, in questo caso, non è quella della velocità, ma della legittimazione. E l’obiettivo è quello di definire cornici, mantenere coerenza, stabilire linee ufficiali.

Il terzo pilastro è invece la televisione, il più rituale e meno clusterizzabile. I due programmi analizzati, Vesti Nedeli e Voskresnoye Vremya, funzionerebbero come un metronomo del consenso. Qui la guerra è spiegata, giustificata e incorniciata nella memoria lunga del paese, con richiami costanti alla Seconda guerra mondiale, alla minaccia occidentale, al sacrificio necessario. Il report nota, con un certo peso analitico, che questa televisione non anticipa nulla: consolida. È il livello che sedimenta ciò che Telegram ha spinto e ciò che gli organi ufficiali hanno sancito.

Il valore del report sta però nella selezione dei case studies, dove la macchina viene osservata in azione. UN esempio? L’episodio dei carri occidentali mostra la complementarità degli strati. Telegram esplode, mentre gli organi ufficiali minimizzano o, viceversa, gridano all’escalation; la Tv confeziona una narrazione storico-politica che accomuna i Leopard moderni e le croci sui carri come nel ’43. Lo stesso accade nel caso della distruzione dei Leopard, dove il MoD avvia l’operazione informativa con un video, Telegram la trasforma in un successivo diluvio di contenuti e gli organi ufficiali ne parlano appena, in forma neutra, mentre la Tv crea la sceneggiatura epica di sottofondo.

Da Bruxelles

Dall’altro lato della guerra informativa, l’Unione europea ha preso atto che il rumore cognitivo è il risultato scientifico di una dottrina che funziona. Da qui, la proposta del Democracy Shield. La Commissione parla apertamente di manipolazione, distorsione e operazioni psicologiche che mirano a indebolire processi democratici, con particolare insistenza sulle fasi elettorali.

L’Ue prova a rispondere con una contro-architettura multilivello. Il nuovo Centro per la Resilienza Democratica come nodo comune di intelligence informativa; con il Dsa e l’AI Act come strumenti per portare le piattaforme a esporre algoritmi e contenuti manipolati; protocolli comuni per reagire a campagne Fimi; una rete di sensori distribuiti, fact-checker europei, Edmo, per prevenire l’ingresso o la penetrazione di narrazioni ostili.

La logica è difensiva ma, finalmente, attiva (active response). La struttura è pensata per individuare i vettori prima che si consolidino, puntando a chiudere le falle sfruttate dal modello russo, proteggere il ciclo elettorale, ricostruire fiducia nel sistema informativo.

Ecosistemi a confronto

Il potere della strategia russa sta nella capacità di occupare ogni spazio possibile, dal rumoroso all’ufficiale. Se il Cremlino punta sulla ridondanza caotica per creare ambiguità, l’Ue costruisce una risposta fondata su trasparenza e coordinamento, cercando di sottrarre terreno alle interferenze senza rinunciare alle garanzie democratiche. La frattura tra i due ecosistemi evidenzia la frattura culturale, politica e identitaria tra i due Sistemi.

La macchina del Cremlino riflette la natura dell’autocrazia russa: un potere verticale che si serve dell’ingegneria del caos, e dell’esportazione di questo, come strumento di governo o di ingerenza strategica. La verità, qui, più che un valore rappresenta una variabile; mentre l’informazione è estensione del potere esecutivo, centripeto e privo di reali contrappesi.

Lo Scudo europeo nasce invece dalla tradizione opposta, quella dei pesi e contrappesi, che ha nei suoi capisaldi il pluralismo informativo, il dibattito come metodo e la trasparenza come garanzia. La macchina russa è figlia di un’idea del potere che vede l’informazione come possibile strumento di subordinazione; quella europea nasce dalla considerazione di questa come un bene pubblico.

Dalla disinformazione russa alla risposta europea. Anatomia di un duello cognitivo

Il confronto tra la macchina disinformativa del Cremlino e lo Scudo europeo per la Democrazia mette a confronto due modelli opposti. Da una parte, un ecosistema autocratico che usa l’informazione come leva di potere e trasforma la saturazione narrativa in arma strategica. Dall’altra un’architettura europea che costruisce la difesa sulla trasparenza, sulla cooperazione tra istituzioni e sull’idea che l’integrità del dibattito pubblico sia parte essenziale della sicurezza

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