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I prevalenti fronti aperti dall’avanzata russa sono quattro, e stanno delineando una geografia politica che ha una precisa connotazione simbolica, strategica ed etnica, ben rimarcata anche dalla produzione cartografica del mondo russo, dove le implicazioni culturali ed etniche, troppo spesso dimenticate dall’Occidente, vengono puntualmente reclamate con l’apparato semiotico proprio della cartografia (la Crimea colorata come la Russia e posta ormai fuori dai confini ucraini, ad esempio).

La mappa dell’avanzata russa

 

 

Il primo fronte è quello dell’Ucraina orientale (che non casualmente i mezzi d’informazione russi definiscono “parte occidentale” del fronte), che ha portato il Cremlino a stabilire la propria presenza militare nella regione del Donbass e nelle due repubbliche del Lugansk e del Donetsk.

Si tratta di quello che era l’obiettivo ritenuto prevalente dalle prime mosse militari, per reclamare le zone occupate da circa il 38-39% da popolazione di cultura russa. È stata proprio la componente culturale, etnica e linguistica (la percentuale dei russofoni arriva fino al 75% nel Donetsk e al 69% nel Lugansk) una delle basi ideologiche delle rivendicazioni belliche avanzate da Putin nel suo discorso di annuncio dell’imminente conflitto.

Da lì, uno dei centri nevralgici su cui si sta maggiormente usando la forza militare è Mariupol, città oggetto di attacchi nei giorni scorsi e dichiarata dallo stesso sindaco ormai in mano russa, di strategica importanza perché posta a soli 60 km dal confine con la Russia e a 115km a sud della città di Donetsk.

E poi perché, affacciando sul Mar d’Azov, permetterebbe di controllare strategicamente quel quadrante, per il successivo controllo della costa che affaccia sul Mar Nero, arrivando a chiudere buona parte della costa da Odessa fino alla Crimea.

Proprio da qui è ben visibile l’apertura del secondo fronte. La penisola che nel marzo del 2014 è passata sotto il controllo di Mosca (e che, come tale, viene rivendicata nelle carte russe), ha una percentuale di popolazione appartenente alla cultura russa di circa il 58%. Da lì, fonti russe riferiscono che le forze armate hanno occupato Kherson e Nykolaiv. Quest’ultima è una città-ponte verso Odessa, obiettivo assai più rilevante in termini simbolici e geografici, verso cui si stanno dirigendo le operazioni di Mosca. Proprio due giorni fa si è verificato l’attacco a un cargo estone e le informazioni che giungono parlano di un avanzamento via mare verso la città che affaccia sul Mar Nero.

Odessa non è solo la quarta città per popolazione dell’Ucraina, ma è anche il simbolo di eventi del passato di grande rilievo: dalla repressione della rivolta operaia sostenuta dalla Corazzata Potemkin nel 1905 alle successive stragi di ebrei e poi al massacro dell’ottobre del 1941, fino alla recente uccisione di 48 manifestanti filo-russi avvenuta alla Casa dei Sindacati del 2 maggio 2014. La stessa regione di Odessa è stata colpita ieri da attacchi aerei. Dalla Crimea, un altro degli obiettivi dichiarati è Voznesens’k, città a circa 150km da Odessa di 35mila abitanti.

Nella mappa della presenza russa non può sfuggire un altro fronte, spesso non considerato dai media, relativo alla regione indipendente moldava della Transnistria, ben visibile nella cartografia russa e anche nel recente discorso di Lukashenko, che avrebbe rivelato la sua importanza strategica nella pianificazione strategica del Cremlino: la striscia di terra russa posta fuori dai confini russi potrebbe infatti essere uno degli obiettivi finali di un unico fronte con Odessa, che porterebbe l’Armata russa a chiudere buona parte della porzione meridionale e orientale dell’Ucraina a favore di Mosca, tenendo fede alla logica di comune appartenenza culturale al Russkiy Mir. Putin sembra guarda a Kiev per affacciarsi prepotentemente sul Mar Nero.

La mappa di Lukashenko

Osservando la mappa delle occupazioni russe e includendo in questa anche la Transnistria appare infatti al chiaramente visibile la potenziale spaccatura dell’Ucraina in due parti distinte, chiuse da un confine ideale che dal Nord di Kiev arriverebbe proprio fino alla Transnistria, quasi a far presagire che una soluzione intermedia individuata da Mosca potrebbe anche essere quella della chiusura del fronte ucraino con questo meridiano immaginario, che include in effetti gli obiettivi strategici prioritari e porterebbe a controllare gran parte della costa che affaccia sul Mar Nero.

L’obiettivo prioritario dell’avanzata russa rimane ovviamente Kiev che, se capitolasse, garantirebbe a Putin quel regime change che al momento è evidentemente il primo obiettivo strategico di Mosca, ma la strategia del Cremlino punterebbe anche al pieno controllo del Mar Nero, poco considerato (inutile ribadire quanto il possesso della capitale sarebbe dirimente per le sorti militari, politiche e sociali dell’intero paese), ma obiettivo strategico di non secondo rilievo.

Sul fronte nord-orientale, la città di Kharkiv, la seconda più popolosa del paese, è stata duramente colpita dagli attacchi aerei dell’aviazione russa, con ingenti danni a militari e civili: la posizione geografica della città permetterebbe di controllare la vasta area orientale del paese e di estendere il dominio dal Donbass verso il nord. E anche in tal caso intervengono fattori rilevanti dal punto di vista simbolico e della rilevanza che la città riveste, essendo la seconda per importanza del paese ed essendo la ex capitale.

La carta delle operazioni militari serve dunque non solo a capire le intenzioni degli attori in campo e il grado di resistenza degli ucraini, ma anche la direzione strategica intrapresa: perché la mappa è sempre strumento di potere, parziale, di controllo simbolico e fattuale, nonché di pianificazione militare. Per capire il conflitto – e non solo per pianificarlo, come fatto da Lukashenko – è sempre opportuno osservarne una.

 

Alessandro Ricci

 

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