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Oltre 120 miliardi di euro. È questa la dimensione del potenziale economico che l’Europa rischia di lasciare sul tavolo – o, auspicabilmente, di attivare – nel settore delle life sciences nei prossimi anni. Una cifra che sintetizza la posta in gioco della competizione globale per l’innovazione farmaceutica e che emerge dal nuovo report pubblicato da Efpia Assessing Europe’s competitiveness as a location for the life sciences industry. Il ritornello è noto, il continente conserva solide fondamenta – dalla ricerca scientifica alla capacità industriale – ma fatica a tradurle in investimenti, sviluppo clinico e nuovi farmaci.

Per anni considerata un punto di riferimento globale, oggi l’Europa appare dunque in una posizione più fragile. Non tanto per la qualità della ricerca – che resta elevata – quanto per la difficoltà a tradurre questa forza scientifica in investimenti, innovazione e accesso rapido ai nuovi trattamenti.

Divario e opportunità

Il dato aggregato riflette diversi livelli di potenziale. Da un lato, colmare il gap negli investimenti in ricerca e sviluppo potrebbe generare circa 105 miliardi di euro aggiuntivi nel prossimo decennio. Dall’altro, un aumento della quota europea nei trial clinici produrrebbe ulteriori benefici economici, stimati in quasi 18 miliardi, oltre a un impatto rilevante in termini di occupazione e accesso dei pazienti alle sperimentazioni.

Una finestra di opportunità che restituisce la dimensione concreta del divario competitivo tra Europa e principali player globali.

La doppia pressione di Stati Uniti e Cina

Se gli Stati Uniti restano il benchmark globale, grazie a un ecosistema coerente che combina investimenti, rapidità regolatoria e forte capacità di attrazione. Ancora più significativo è il dinamismo della Cina. In pochi anni, Pechino ha trasformato il proprio posizionamento, diventando un competitor strutturale. La crescita degli investimenti in ricerca e sviluppo è più che doppia rispetto a quella europea (12,1% contro 5,4%), mentre il numero di nuovi principi attivi sviluppati è aumentato del 470% nell’ultimo decennio.

Per gli Usa, invece, dato più emblematico riguarda il lancio dei nuovi farmaci: l’85% negli Stati Uniti contro il 39% in Europa.

Anche sul fronte dei trial clinici, il riequilibrio globale è evidente. La quota europea è scesa dal 22% al 12% tra il 2013 e il 2023, mentre la Cina ha guadagnato terreno.

I tre nodi che frenano l’Europa

I fattori strutturali che spiegano il ritardo, ma anche il potenziale europeo sono distribuiti su tre fronti.

Il primo riguarda gli investimenti. la crescita della spesa in ricerca e sviluppo nel settore farmaceutico, pur positiva, resta inferiore rispetto ai principali competitor, segnalando una minore capacità di attrarre capitali globali.

Il secondo nodo è regolatorio. I tempi di approvazione dei farmaci si sono ridotti negli ultimi anni, ma restano più lunghi rispetto a Stati Uniti e Cina (430 giorni contro 356 negli Usa). Ancora più rilevante è il limitato utilizzo di procedure accelerate: nel 2024, l’Unione europea non ha fatto ricorso a questi strumenti, a fronte del 53% negli Stati Uniti.

Infine, il contesto commerciale. In Europa la spesa farmaceutica rappresenta circa l’1% del Pil, contro il 2% degli Stati Uniti, e il sistema è caratterizzato da un ampio ricorso a strumenti di contenimento della spesa – come clawback e rebates – che riducono l’attrattività per gli investimenti. A questo si aggiungono ritardi significativi nell’accesso ai farmaci: in media 24 mesi per l’introduzione nei mercati nazionali, contro i 4 mesi statunitensi – un ambito in cui l’Europa (e l’Italia) scontano i molteplici livelli di approvazione regolatoria.

La diagnosi di Efpia

È in questa chiave che si inseriscono le parole del presidente di Efpia, Stefan Oelrich, secondo cui l’Europa dispone di “scienza, competenze e una solida base industriale”, ma viene superata da Stati Uniti e Cina su investimenti, trial clinici e sviluppo di nuovi farmaci.

Per Oelrich, la sfida è chiara: creare un contesto in grado di attrarre investimenti, accelerare lo sviluppo delle terapie e garantire un accesso più rapido per i pazienti. “La scelta è nostra”, ha sottolineato.

La sponda istituzionale di Bruxelles

Una lettura che trova anche una legittimazione istituzionale. La diagnosi tracciata da Efpia – un’Europa forte nella scienza ma più debole nella capacità di trasformarla in innovazione concreta – trova conferma nelle parole del Commissario europeo alla Salute Olivér Várhelyi. Intervenendo, ieri, all’Health Summit organizzato da Euronews, Várhelyi ha riconosciuto come il sistema sanitario europeo sia “sotto pressione” e come non sia più possibile darne per scontata la tenuta nel tempo. Una pressione che riflette non solo l’invecchiamento della popolazione o la diffusione delle malattie croniche, ma anche limiti strutturali del quadro regolatorio.

Il punto, nella lettura della Commissione, è legato a regole complesse, costi amministrativi e frammentazione, elementi che generano incertezza per le imprese e ritardi per i pazienti. Da qui la spinta verso una stagione di riforme – dalla revisione della legislazione farmaceutica al Biotech Act – con un obiettivo preciso: semplificare per accelerare innovazione e accesso.

Le sfide a venire

Una direzione che, tuttavia, non è priva di criticità. Le principali associazioni di categoria hanno più volte problematizzato la revisione della legislazione farmaceutica per l’indebolimento della proprietà intellettuale. Allo stesso tempo, restano aperti dossier considerati sensibili dall’industria, come quello della direttiva sulle acque reflue, che secondo gli operatori si tradurrà in un ulteriore aggravio di costi per il settore.

“Per l’Ue continuare a trattare questo settore come un costo da contenere, anziché come un investimento e una leva di sviluppo, significa rinunciare consapevolmente a una parte rilevante del suo futuro”, scriveva il presidente di Farmindustria Marcello Cattani, lo scorso mese su Healthcare Policy.

Il settore farmaceutico rappresenta già oggi un pilastro dell’economia europea: circa 366 miliardi di euro di export, 2,3 milioni di posti di lavoro e un contributo determinante alla bilancia commerciale. Proprio per questo, la questione non può essere considerata settoriale.

Oltre 120 miliardi in gioco. Perché l’Europa non può perdere la partita della farmaceutica

Il nuovo report di Efpia fotografa un’Europa ancora forte nella ricerca scientifica e nella manifattura farmaceutica, ma sempre più in difficoltà nel trasformare questi punti di forza in investimenti, trial clinici e nuovi farmaci. Il divario con Stati Uniti e Cina si allarga e, secondo la federazione delle associazioni delle industrie europee, colmarlo potrebbe liberare oltre 120 miliardi di euro di valore potenziale tra R&D e sviluppo clinico

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