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La scelta del prossimo inquilino al Quirinale, il post-Draghi, la proposta di una nuova legge elettorale, il “mitologico” tentativo di ricostruire il campo largo del centro-sinistra, il destino dell’esecutivo e lo scontro identitario con la destra conservatrice di Giorgia Meloni.

Ne parliamo con il Senatore del Partito Democratico Dario Stefano, Presidente della 14^ Commissione “Politiche dell’Unione Europea”.

Senatore, l’elezione del Presidente della Repubblica ha monopolizzato il dibattito pubblico. Sabato si terrà la direzione nazionale del Partito Democratico, a suo avviso quale dovrebbe essere la posizione e la strategia del partito nel confronto con le altre forze politiche?

Mi auguro che il Partito Democratico inizi ad andare “sotto porta”, una posizione troppo difensiva non si addice ad un grande partito che ha fatto della responsabilità la sua ragione sociale. Non possiamo assistere passivi al gioco degli altri. Né abbracciare metodologie di lavoro in streaming che in passato non hanno poi portato così bene a chi le ha praticate.

Quale scenario prevede nell’ipotesi in cui il premier Draghi dovrà abbandonare Palazzo Chigi per il Colle? Il post-Draghi sarà un’occasione per sottoporre i partiti ad un processo di responsabilizzazione oppure l’Italia diverrà una “nave senza nocchiere in gran tempesta?”?

Ho grande stima del presidente Draghi, del suo percorso professionale e del suo ruolo attuale. Le dirò che ho anche qualche preoccupazione legata al Pnrr, se il premier dovesse cambiare. Credo che l’Italia, a prescindere da chi andrà al Colle, non abbia bisogno di elezioni anticipate, pertanto il candidato che darà più assicurazioni sulla stabilità di governo e della maggioranza, secondo me, partirà avvantaggiato.

La tragica morte di David Sassoli ha tratteggiato la base dei valori che dovrebbe ispirare il potenziale successore di Sergio Mattarella. Secondo lei, chi potrebbe interpretare al meglio il sentimento europeista, la difesa dell’unità nazionale e gli interessi geopolitici del nostro Paese?

Ha elencato le qualità giuste: europeismo, unità nazionale, interessi del Paese. Queste caratteristiche dovrebbero intanto servire a non prendere in considerazione alcuni candidati. Uno su tutti: Berlusconi.

Parliamo di elezioni politiche e di riforma elettorale. Come interpreta la proposta di un proporzionale alla tedesca, con sbarramento al 5%, il ritorno delle preferenze e l’introduzione della sfiducia costruttiva per limitare l’instabilità dell’esecutivo, abolendo i listini bloccati? Chi la propone, punta a ritrovare legittimazione politica tramite il consenso popolare…

È la proposta di massima che votammo all’insediamento del Conte II. Le dirò di più: il combinato disposto tra la riforma che ha ridotto i parlamentari e il Rosatellum crea il rischio enorme di avere territori senza alcuna rappresentanza. Un vulnus alla democrazia che va impedito a tutti i costi, e il proporzionale è la migliore medicina.

Come valuta il possibile ritorno dei dirigenti di Articolo 1 nel Pd? Conte e i 5S rientrano nel processo di ricostruzione del centro-sinistra italiano?

D’Alema ha fatto tanti errori, che forse è meglio non ricordare. Trovo però di cattivo gusto chiudere un’esperienza politica che non ha dato esiti, come Art.1, e annunciare di tornare nel partito volendo dare pure una lezione. Il tema, però, non è l’ingresso nel Pd di una cultura più radicale, quanto semmai l’impegno a non perdere lo spirito maggioritario per tornare a rinchiudersi in recinti identitari.

Giorgia Meloni ha avviato il corso di una nuova destra ancorata ai valori del conservatorismo europeo con l’obiettivo di dare un’identità netta alla propria comunità politica. Il Pd cosa è destinato a diventare? Si limiterà a dirsi una forza progressista e democratica?

Credo che la forza del Pd resti quella delle origini: il punto di incontro di riformismi di varia natura, dove nessuno prevale sull’altro. Alterare questa composizione rischia di farci perdere una quota importante di elettori mobili, lasciandoci con quelli dello zoccolo duro. Spero che non si voglia guardare indietro, a prima del Pd, in politica non è mai riduttivo.

Lei è stato uno dei pochi dirigenti del Pd a criticare alcune scelte del presidente Michele Emiliano, soprattutto in merito a patti e alleanze elettorali  che lei considera ambigue, anche con esponenti della destra radicale. Al congresso regionale ci sarà un’alternativa al modello Emiliano?

Ho assistito a una vera e propria degenerazione provocata dal governatore. Un modello personalistico che strizza l’occhio a destra con la favola dell’uomo forte. Per ora, i vertici del Pd hanno lasciato fare facendo, dal mio punto di vista, un errore colossale. La Puglia democratica ha tante risorse, che verranno fuori anche nel corso del congresso regionale.

Raccolgo l’amarezza ed i dubbi di tanti militanti, che non ne possono più di essere “guidati” da chi non è iscritto al partito e lavora in parallelo per organizzare movimenti civici di cui sfugge l’impostazione valoriale.

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