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Il governo è stato abile nel navigare, comprendendo che c’era davvero poco da scherzare sul piano finanziario e quindi si è sforzato di evitare che i disastri fatti prima potessero continuare e peggiorare nella gestione delle cose, spiega a Formiche.net il politologo Paolo Pombeni. L’occasione è non solo il terzo compleanno del governo guidato da Giorgia Meloni, ma anche la scalata al terzo posto degli esecutivi più longevi. Uno dei meriti della premier, osserva, è stato quello di non gonfiare il reale peso dell’Italia, comprendendo subito che la politica estera è diventata centrale anche da un punto di vista interno.

Oggi il governo Meloni diventa il terzo più longevo della storia repubblicana. Quali secondo lei i fattori determinanti?

In primis non c’è opposizione, cioè non c’è un’alternativa vera. Il governo Meloni è andato al potere sulla base di una maggioranza sociale che voleva cambiare registro, ma nessuno sapeva esattamente come e quando. In seguito si è consolidato, perché da un lato questo cambiamento di registro è stato più o meno quello che una grossa parte della gente si aspettava, a metà tra bellezza ideologica e stabilità politica. Inoltre l’alternativa non solo non si è manifestata ma non è riuscita ad imporsi e finché sarà così Meloni rimarrà al potere.

Le agenzie di rating continuano a promuovere l’Italia, mentre altri Paesi europei faticano. Che bilancio fare di questi tre anni di Palazzo Chigi?

Il governo è stato abile nel navigare, comprendendo che c’era davvero poco da scherzare sul piano finanziario e quindi si è sforzato di evitare che i disastri fatti prima potessero continuare e peggiorare nella gestione delle cose. Naturalmente, come sempre in questi casi, la cosa non piace a quelli che hanno perso le loro posizioni.

Quale l’iniziativa governativa che l’ha colpita maggiormente in questi tre anni?

Nessuna in particolare, ma più in generale mi ha colpito la consapevolezza che la politica estera sta diventando un elemento centrale e che va sottratta alle fantasie di partiti e, di conseguenza, va gestita tecnicamente meglio. Nella sostanza, tale intuizione meloniana sulla politica estera è stata importante. Aggiungo che questa politica estera ci imponeva fare i conti, da un lato, con il fatto che noi siamo nell’area dell’egemonia americana (e questo Meloni l’ha fatto bene sia con Biden che con Trump), e dall’altro con una serie di rogne di cui credo che la premier farebbe volentieri a meno. Ma questo credo sia il dietro le quinte. Aggiungo che al tempo stesso Meloni ha capito che in Europa bisognava trovare il modo di scavarsi una posizione personale e una stagione identitaria senza però rompere le uova nel paniere a nessuno. Lo ha saputo fare.

La speciale relazione con Trump a cosa potrà portare in termini geopolitici? Penso ad esempio ai dazi o alla posizione internazionale dell’Italia che è unione fra Stati Uniti ed Europa che altri forse vorrebbero allontanare.

Francamente non sappiamo proprio cosa farà Trump domani perché è un soggetto imprevedibile. Potrà portarci qualche piccola concessione sui dazi ma in sostanza la politica di una grande potenza si basa sui suoi interessi e non sui nostri.

La postura anche personale sullo scenario internazionale di questi tre anni come si specchia, per esempio, con gli attacchi personali a Meloni da parte di Schlein o Landini? La segretaria del Pd ha detto che in Italia c’è un pericolo di democrazia, affermando che quando governano le destre è a rischio la libertà di espressione.

Quella frase di Schlein è stata particolarmente infelice e dimostra che purtroppo questo personaggio non ha grande statura. Dopodiché il problema è fare i conti con la realtà se si vuole proporre una politica estera diversa da quella che sta perseguendo Meloni, non si può come fa il Pd declinarla in slogan per per colpire l’attenzione dei talk show. In questo momento tutto ciò manca all’opposizione. Il nostro Paese è sempre stato debole nell’elaborazione di un pensiero in politica estera. Quelli che lo facevano sono stati personaggi abbastanza anomali e isolati. La gran parte della politica, ma direi dall’Unità d’Italia in poi, ha sempre giocato con la politica estera come se fosse il campo dei sogni.

Invece oggi il Daily mail scrive che Giorgia Meloni non ha remore a stare al fianco degli uomini più potenti del mondo. “La prima donna Primo Ministro italiana sarà anche alta 1,60 m, ma questo non le ha mai impedito di confrontarsi direttamente con i pesi massimi della politica del nostro tempo, e di vincere”. Ha ragione?

È l’effetto dello stupore, perché tutti si aspettavano una donna barricadera che non capisce nulla di politica estera e va solo a fare sceneggiate. Invece tutti hanno visto che così non è e molti hanno esclamato: “Perbacco, c’è un’italiana con cui si può ragionare”. In passato invece c’era chi annunciava pugni da battere sul tavolo, senza però ottenere nulla, e gonfiava quel metro e sessanta che non è solo l’altezza della premier ma è anche l’altezza del nostro Paese. Oggi il presidente del Consiglio fa una politica realistica e non gonfia quell’altezza, comprendendo subito che la politica estera è diventata centrale anche da un punto di vista interno.

Meloni ha capito come far navigare l'Italia. La versione di Pombeni

“In primis non c’è opposizione, cioè non c’è un’alternativa vera”, spiega il politologo a Formiche.net, oggi che l’esecutivo guidato da Meloni diventa il terzo più duraturo della storia della Repubblica. Secondo Pombeni, “il governo è stato abile nel navigare, comprendendo che c’era davvero poco da scherzare sul piano finanziario e quindi si è sforzato di evitare che i disastri fatti prima potessero continuare e peggiorare nella gestione delle cose”

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