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Ci sono due vicende che, ricostruendo alcune dinamiche mediorientali, raccontano una possibile evoluzione: nella fase di distensione tattica che riguarda i rapporti della regione, le Sepâh stanno perdendo parte delle loro presa/influenza? I Guardiani della rivoluzione islamica (acronimo inglese IRGC, semplificazione giornalistica “Pasdaran”) sono l’ala teocratica delle Forze armate iraniane e sono usate anche (o soprattutto) per attività di influenza estera, operazioni politiche clandestine e sabotaggi sotto copertura, infowar e collegamenti vari con partiti/milizia regionali.

I Pasdaran, con il loro dipartimento per le operazioni speciali, le Quds Force, sono per esempio protagonisti della strategia di allargamento della sfera di influenza di Teheran attraverso la creazione di alcuni gruppi (politici e paramilitari) a loro collegati sia per ideologia (anti occidentale, khomeinista) che per interessi (rifornimento economico e di armi, copertura internazionale). Ora sembra che proprio questa strategia, che è uno degli elementi che ha rafforzato le capacità geopolitiche iraniane negli ultimi decenni, stia subendo qualche colpo.

Effetto della fase attuale, con una stagione di dialogo che interessa tutti gli attori regionali, come dimostrano nella forma (non chiaro quanto nella sostanza) le volontà con cui si apre oggi, lunedì 27 dicembre, il nuovo round di negoziati sulla ricomposizione del programma nucleare iraniano sotto l’accordo che porta l’acronimo di Jcpoa. Teheran sembra aver accettato l’agenda delle consultazioni, Israele sembra più possibilista. Per anni i Pasdaran sono stati anche la forza con cui la teocrazia ha accontentato le posizioni reazionarie e ultra-radicali, mentre accettava i negoziati con l’Occidente sul nucleare.

Anni in cui i Pasdaran si sono mossi e sono stati mossi indipendentemente, anche attraverso i propri proxy regionali, per mettere in difficoltà quel dialogo. Da tempo anche all’interno delle Sepâh si sono costruite posizioni pragmatiche che vedono nella costruzione di un’architettura di sicurezza generale in Medio Oriente dei vantaggi. Restano attive le campagne retorica, sia chiaro, utili per tenere presa sull’ideologia (e dunque sul proselitismo/accettazione della loro esistenza mentre in Iran c’è una componente sociale che arriva a presupporne lo scioglimento, in quanto le considera covo di corruzione e malgoverno); resta attiva la possibilità che frange si muovano in modo autonomo, reagendo in forma violenta alle evoluzioni.

Fermo restando le premesse, dunque le due vicende: una viene dall’Iraq, l’altra dalla Siria. In Iraq, Esmail Ghaani, il capo delle Quds Froce (che ha ereditato il ruolo da un generale che si porta dietro un’aura epica) è stato costretto a una visita lampo a Baghdad, in extremis qualche settimana fa, perché le milizie sciite sono diventate ingestibili e hanno addirittura lanciato razzi contro la casa del primo ministro. Ghaani non è considerato un leader forte e carismatico, e subisce in questo il peso del confronto col suo predecessore: Qassem Soleimani, il comandante che ha creato la strategia della milizie e che è stato eliminato dal nemico.

Assassinato in un attacco aereo americano il 3 gennaio 2020, proprio fuori dall’aeroporto di Baghdad, ha ottenuto con la morte un’ulteriore consacrazione come martire della rivoluzione khomeinista. La morte di Soleimani, che era considerato un’eminenza grigia in Medio Oriente in grado anche di mantenere contatti con i nemici, è forse alla base del parziale calo di capacità dei Pasdaran? La sostituzione con elementi meno abili (sia nella pianificazione che nella gestione di ciò che è stato pianificato) ha indebolito le forze teocratiche iraniane?

Il secondo caso racconta di una vicenda avvenuta in Siria, un Paese il cui regime è in piedi grazie all’intervento (sin dall’inizio della rivoluzione anti-assadista, nel 2011) dei Pasdaran, dei gruppi paramilitari iraniani come i Basij, dei miliziani da Iraq, Libano, Afghanistan, Pakistan, che i Guardiani sono stati in grado di mobilitare sia in forma organizzata sia autonoma (come forma di contro-jihad, ossia contro i jihadisti sunniti che hanno sfruttato i ribelli che si opponevano al potere di Damasco per crearsi spazi).

Il presidente Bashar el Assad in persona ha firmato una risoluzione per rimuovere dal Paese il capo degli iraniani in Siria, il comandante Javad Ghaffari. Una fonte del governo siriano – che vale la pena ricordare ancora che sopravvive (nel senso biologico del termine) grazie al sacrificio di iraniani e affiliati – ha detto al Jerusalem Post che il licenziamento di Ghaffari costituisce “un colpo decisivo” contro la visione dell’egemonia iraniana sull’area strategica tra Iran e Libano pensata da Soleimani.

Non sfugga che quella fonte ha parlato con un media israeliano molto ostile nei confronti dell’Iran, sottolineando quella che per i rivali dell’Iran è sostanzialmente una buona notizia, calcando la mano per massimizzare crepe e spaccature. Non sfugga nemmeno che la decisione siriana è arrivata praticamente insieme alla visita a Damasco del ministro degli Esteri emiratino, Abdullah bin Zayed, il quale ha incontrato Assad e delineato la nuova visione del mondo di Abu Dhabi.

Gli Emirati Arabi Uniti si sentono il motore di una nuova stagione per la regione, fatta di dialogo tattico e movimenti diplomatici sostanzialmente legati a interessi del momento (effetto della pandemia, ma anche di una necessità strategica americana che non vuole caos ma ordine, per poter procedere con un controllo a distanza dell’area). Gli emiratini spingono per questa stabilizzazione, che non è sentita nel profondo, ma sfruttata per opportunismo nello stesso modo in cui anni fa spingevano politiche aggressive contro l’Iran (che invece sono più sentite, ma adesso meno utili).

Recentemente hanno stretto un accordo di cooperazione con l’Iraq, in cui l’obiettivo è la promozione di investimenti stranieri a Baghdad (sotto garanzia di Abu Dhabi) e la protezione dei “rischi non commerciali”. Tra questi ci sono quelli securitari connessi alle attività velenose delle milizie sciite. Vale qui la pena ricordare che la Banca mondiale stima per l’Iraq una crescita dell’1,9 per cento e di un’espansione al 6,3 nei prossimi due anni.

Gli emiratini vogliono sfruttare l’onda, e per farlo devono evitare disordini: a Baghdad c’è un primo ministro, Mustafa al Kadhimi, che ha percepito il momentum e cerca di sganciarsi dal giogo iraniano. Ghaani è inviato da Teheran per riparare una situazione complessa prodotta anche dalle proprie creature, di cui gli iracheni sono esausti. Per tenere il passo del confronto regionale, in una fase come quella attuale, serve anche usare forme pragmatiche di apparente moderazione per non perdere influenza. E su questo i Pasdaran sono costretti a inseguire.

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