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Il governo Draghi continua a monitorare da vicino la sicurezza del 5G. Un dpcm di Palazzo Chigi del 30 giugno scorso ha dato il via libera con prescrizioni a un contratto fra Fastweb e Huawei. L’esercizio del golden power riguarda “l’acquisto di un aggiornamento (release software) e dei correlati servizi professionali acquistati da Huawei Technologies Co. Ltd., al fine di rendere la release software del sistema di fatturazione (on-line charging OCS) compatibile con i servizi 5G Stand Alone”, si legge nel decreto.

Un sostanziale semaforo verde con alcune condizioni per assicurare che la protezione dei dati sia garantita nel rispetto della normativa italiana e Ue. Nell’ultimo anno il governo italiano è più volte intervenuto esercitando i “poteri speciali” su contratti fra operatori italiani e fornitori extra-europei: 18 volte sono nel 2020, secondo l’ultimo rapporto annuale dell’intelligence italiana. Come in questo caso, si è trattato quasi sempre di “prescrizioni”, ovvero misure di sicurezza, come l’accesso dei tecnici di Palazzo Chigi al codice sorgente, per evitare che i dati finiscano in mani sbagliate. Solo una volta, proprio per un contratto per il 5G fra Fastweb e Huawei, il governo ha posto un veto.

La resilienza della rete 5G rimane una priorità per l’agenda transatlantica. In piena continuità con chi l’ha preceduta, l’amministrazione americana di Joe Biden e l’intelligence Usa ritengono aziende cinesi come Huawei e Zte, molto radicate nel mercato telco italiano, fornitori “a rischio” per la sicurezza nazionale a causa della loro sospetta vicinanza al Partito comunista cinese (Pcc). Il dossier è stato in parte affrontato nella recente visita a Roma del segretario di Stato americano Antony Blinken. Secondo quanto risulta a Formiche.net, Blinken si è complimentato per i passi avanti fatti dal governo italiano sul fronte della cybersecurity e per un riallineamento della posizione italiana sulla rete 5G.

Il Dipartimento di Stato ha già dato un parere positivo sul Perimetro di sicurezza nazionale cibernetica, la rete dei centri di controllo dell’equipaggiamento cyber introdotta dal governo Conte-bis e ora avviata al suo completamento. Più recentemente ha espresso soddisfazione per la nuova Agenzia per la cybersicurezza nazionale (Acn) inaugurata con il Dl 80/2021 ora al vaglio delle camere. “Un veto per escludere dalla rete le aziende cinesi sarebbe l’ideale, ma apprezziamo i progressi fatti”, spiega una fonte sotto condizione di anonimato. Anche quelli registrati nel settore privato: la decisione di Tim di escludere Huawei dalle prossime gare per il 5G è stata accolta con favore a Washington DC.

L’approccio del governo Usa nei confronti dell’Italia rimane risoluto, ma pragmatico. Roma non è l’unica a fare i conti con una massiccia presenza dei fornitori cinesi nel mercato nazionale. Quasi tutti i Paesi europei, compresi alleati come Francia e Germania, hanno misure più blande di quelle italiane per schermare la rete 5G nazionale dalle mire di Pechino. Una constatazione che da una parte spinge ad accettare soluzioni di compromesso, dall’altra ha già suscitato un dibattito a Washington.

Per quattro anni con Donald Trump gli Stati Uniti hanno chiesto agli alleati europei di mettere alla porta aziende come Huawei e Zte, ma senza indicare una via alternativa. Il motivo è semplice: un’alternativa made in Usa, ancora oggi, non esiste. È un bel problema per Paesi dall’economia fragile o in via di sviluppo che subiscono non poco le sirene di Pechino, dall’Africa all’Europa centro-orientale. Per questo il governo e il congresso americano stanno studiando una serie di “incentivi” per rendere meno attraenti le offerte cinesi.

Al lavoro sulla contro-offensiva c’è un ramo del Dipartimento del Commercio, ha rivelato a giugno il Wall Street Journal, impegnato a stilare un “manuale” per gli alleati europei per spiegare i rischi della partnership con i fornitori cinesi e indicare le “best practice” da seguire. Fra queste c’è il Regno Unito di Boris Johnson, che un anno fa ha deciso di mettere al bando Huawei e Zte dalla rete “core” del 5G a partire dal 2027.

Nel frattempo un ampio gruppo bipartisan al Congresso si batte per far approvare una nuova legge presentata dalla deputata democratica Marcy Kaptur che sbloccherebbe dei fondi federali, finora destinati ai Paesi in via di sviluppo in Asia e in Africa, anche per gli alleati dell’Europa centro-orientale. Si tratta di prestiti a tassi ridotti e investimenti pubblici già sperimentati nel mercato energetico.

L’Italia, Paese G7 con uno dei più alti Pil pro-capite europei, non rientrerebbe evidentemente nel programma. Ha un’altra priorità, sottolineata pubblicamente da Blinken durante la sua visita romana: fare in modo che altri fondi, quelli europei per la ripresa, non finiscano per aumentare la resilienza economica e strategica di attori esterni all’Alleanza atlantica.

Il Belpaese è però in campo per un’altra partita sulla rete 5G. L’O-Ran (Open radio access network), il progetto di un mercato delle tlc modulare, aperto alla possibilità di utilizzare apparati diversi per i vari blocchi funzionali in grado di interoperare fra di loro attraverso un set di interfacce e protocolli standard aperti. In poche parole, l’esatto contrario del mercato “proprietario”, chiuso e verticale che garantisce a Huawei e Zte un quasi-monopolio nel settore del 5G e delle tlc in generale. Il governo americano ha già dato un endorsement formale al progetto che parla anche un po’ italiano. Alla O-Ran coalition, che riunisce le principali aziende internazionali del settore, ha aderito anche Tim con la firma di un memorandum da parte dell’Ad Luigi Gubitosi.

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Via libera del governo con prescrizioni a un contratto 5G fra Huawei e Fastweb. Dagli Usa apprezzano i passi avanti dell’Italia per la sicurezza della rete, dal Perimetro all’Agenzia cyber di Draghi, e incoraggiano l’Open-Ran (cui ha aderito Tim). Allo studio un fondo Usa per i Paesi dell’Europa centro-orientale

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