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Il risultato della tornata elettorale amministrativa, ora che anche i ballottaggi si sono chiusi con vincitori e sconfitti, non lascia spazio ad attenuanti o a distinguo: nelle cinque città principali ove si votava la sconfitta del centrodestra è suonata senza possibilità di appello. E a poco vale consolarsi osservando che, dopo tutto, quelle città erano già in mano a piddini e grillini (ora sono rimasti solo i primi e già questo è elemento di riflessione); oppure col fatto che i sondaggi a livello nazionale lasciano presagire per le politiche ben altri scenari; o ancora che la virulenza esercitatesi in queste settimane da parte dei vincitori non si era mai vista e certa sinistra ha giocato davvero sporco; oppure, last not but least, che il massiccio astensionismo (il più alto della storia repubblicana) abbia giocato a sfavore di una sola parte.

L’impressione è che il risultato segnali prima di tutto una sorta di larga insoddisfazione dell’elettorato per il centrodestra e per i suoi leader, soprattutto per il modo in cui sono arrivati all’appuntamento: impreparati, sicuri di portare a casa un risultato a prescindere, interessati più a farsi lo sgambetto in vista della leadership interna alla coalizione che non a sconfiggere l’avversario e a proporre un progetto di città alternativo a quello della sinistra.

Né vale l’attenuante che si usava un tempo che voleva che nelle amministrative prevalessero esigenze e rapporti di forza diversi da quelli nazionali: le città chiamate al voto sono le più grandi d’Italia e in esse il voto di opinione è largamente più influente di quello legato alle tematiche specifiche del posto; in più i candidati sono stati scelti direttamente dai leader nazionali, fra l’altro senza minimamente consultare la base o valutare le esigenze locali.

Avendoci messo la faccia, è evidente che ora sia addossabile a loro tutta la responsabilità del caso. Un elemento ancora più generale di valutazione a livello nazionale del risultato di queste amministrative è poi dato dal fatto che fino ad oggi Matteo Salvini e Giorgia Meloni si erano dimostrati tanto bravi a conquistare il consenso (e quindi la fiducia) dei cittadini quanto poco adusi poi a far pesare quel consenso nella “stanza dei bottoni”. In verità, ciò dava anche a loro un alone di “ingenuità” e “autenticità” facendoli apparire agli occhi dei più lontani e non adusi ai giochi di potere. Come è potuto allora succedere quel che è successo, e per di più in così poco tempo?

È chiaro che non può non c’entrarci il Covid, con tutto quello che ha significato non solo dal punto di vista epidemiologico ma anche sociale, culturale, economico, politico. Anche da questo punto di vista, un’impressione si impone e non concerne affatto l’essere la Lega al governo e Fratelli d’Italia all’opposizione dell’esecutivo guidato da Mario Draghi. Ciò che appare è tutt’altro: uno sorta di sfasamento delle due forze rispetto alla realtà creatasi col governo dell’ex banchiere centrale, una incapacità di sincronizzarsi sulle aspettative e i timori veri (soprattutto economici e di tenuta del Paese) del cittadino medio e sulla sua voglia di guardare “in positivo”. Il che è ancora più strano perché, in una prima fase, era stata proprio la Lega non solo a individuare il nucleo forte della ripartenza nei problemi della produttività e ma anche ad aprire le porte del governo a Mario Draghi e ad un esecutivo che qualche mal di pancia a sinistra pure aveva generato.

È come se, all’improvviso, Draghi, con tutto quel che significa anche a livello internazionale, fosse stato regalato alla sinistra. E il tutto per inseguire progetti e politiche che sono apparsi fumosi, incerti, “ambigui”. Per fortuna, nella politica di oggi le correzioni di rotta sono sempre possibili. E per fortuna, sempre per il centrodestra, l’elettorale è anche molto mobile (oltre che esigente). Se Salvini e Meloni (e Berlusconi ovviamente) faranno tesoro di ciò che hanno insegnato queste elezioni, se sapranno risintonizzarsi con gli umori e i bisogni dell’italiano medio, tutto è ancora per loro possibile.

Sconfitta senza appello. La destra dopo il voto nella bussola di Ocone

Nelle cinque città principali ove si votava la sconfitta del centrodestra è suonata senza possibilità di appello. Ma se Salvini e Meloni (e Berlusconi ovviamente) faranno tesoro di ciò che hanno insegnato queste elezioni, se sapranno risintonizzarsi con gli umori e i bisogni dell’italiano medio, tutto è ancora per loro possibile. La rubrica di Corrado Ocone

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