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La transizione energetica e digitale corre lungo le linee di approvvigionamento dei preziosi materiali critici, come litio, cobalto, terre rare, nickel e rame e molti altri. Con lo shock pandemico e l’aumento repentino dei prezzi, garantirsi forniture stabili, a prezzi di mercato e soprattutto “affidabili” è diventata una questione non solo di competitività per le industrie a valle, ma anche di sicurezza nazionale. Specialmente laddove la bilancia commerciale è più pronunciata e squilibrata a favore di rivali geopolitici.

E così la regionalizzazione delle supply chain è diventata una possibile soluzione, soprattutto se riguarda partner commerciali e alleati storici. È il caso di Stati Uniti e Canada. L’agenda politica di Joe Biden, Build Back Better, e Justin Trudeau è in perfetta sintonia, con i rispettivi piani per la decarbonizzazione ed elettrificazione del settore energetico ed infrastrutturale. Nel caso di Ottawa, si tratta di un processo ora in forza di legge, con l’approvazione reale del Canadian Net-Zero Emissions Accountability Act un mese or sono per il raggiungimento della neutralità climatica entro il 2050.

Nella giornata di sabato, il dipartimento di Stato ha infatti reso noto i contenuti del terzo working group tenutosi tra Laura Lochman, diplomatica statunitense al bureau per gli affari dell’Emisfero occidentale, e Jeff Labonté, viceministro per le Risorse naturali del Canada. Con l’obiettivo di portare avanti l’agenda bilaterale tra i due Paesi nel settore dei minerali critici, di recente oggetto di un’attenta revisione da parte delle agenzie federali americane con la pubblicazione del rapporto sulle supply chain critiche.

Il consolidamento della partnership tra Stati Uniti e Canada lungo questa filiera ha subito una brusca accelerata nel gennaio del 2020, poco prima dello scoppio della pandemia ma nel bel mezzo delle tensioni tecno-commerciali tra Washington e Pechino. La formalizzazione del Joint Action Plan on Critical Minerals Collaboration, in seguito all’ingresso del Canada all’interno dell’iniziativa multilaterale statunitense dell’Energy Resource Governance Initiative (ERGI), ha avuto tra le altre cose l’obiettivo di attrarre investimenti nei progetti minerari canadesi e di rafforzare il mutuo interesse nella fornitura sostenibile di materiali critici necessari alle industrie manifatturiere. Nello specifico, il piano d’azione delineava quattro aree d’intervento: migliorare l’intesa industriale tra Canada e Stati Uniti, puntellare le forniture di minerali strategici per la difesa, investire in ricerca e sviluppo e stimolare la condivisione di informazioni specialmente per quanto riguarda le geo-scienze e le linee guida sui progetti scientifici.

La visione del governo canadese sull’importanza di queste risorse naturali nell’attuale contesto di transizione è stata recentemente aggiornata grazie a tre importanti documenti e direttive. Il rilascio della Critical Minerals List lo scorso marzo, che include 31 minerali e metalli considerati cruciali per lo sviluppo sostenibile del Canada e dei suoi alleati. Tra i quali, ovviamente, gli Stati Uniti la cui lista, rilasciata nel 2018 dal dipartimento della Sicurezza interna, è del tutto sovrapponibile, a eccezione di afnio, rubidio, zirconio e arsenico.

Il Canada è considerato un partner strategico per la fornitura di materiali critici grazie ai legami politici ed economici, a un contesto regolatorio stabile, alle imponenti riserve minerarie e alla tradizione estrattiva del paese. Dei 35 minerali e metalli ritenuti “critici” dagli Stati Uniti, il Canada è il principale fornitore di 13 elementi tra cui potassio, indio, alluminio e tellurio, e il secondo esportatore di niobio, tungsteno e magnesio, oltre a fornire circa un quarto della domanda di uranio statunitense. I dati sono inequivocabili: il 55,4% dei 106 miliardi di dollari dell’export minerario canadese (che conta circa per il 19% del valore delle esportazioni complessive) attraversa il confine meridionale, verso i cugini americani, seguiti da Regno Unito (15,3%) e Cina (5,9%).

Tra i primi dieci Paesi importatori troviamo agli ultimi posti Germania, Norvegia e Olanda con meno del 6% complessivo. Solo il 14% dell’export canadese (in miliardi di dollari) raggiunge l’Unione europea, nonostante anche sull’asse Bruxelles-Ottawa alcuni passi avanti si siano registrati per una maggiore integrazione commerciale. Sotto l’ombrello dell’EU-Canada Comprehensive Economic and Trade Agreement (CETA), lo scorso 19 luglio il ministro delle Risorse Naturali canadese e il Commissario Thierry Breton hanno raggiunto un accordo di massima per una partnership strategica. “La sicurezza delle filiere dei minerali e metalli essenziali per la transizione a un’economia carbon-free e digitalizzata è una priorità sia del Canada che dell’Unione europea”, hanno dichiarato un mese più tardi dell’incontro tra la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen e il primo ministro canadese Trudeau, che aveva posto le basi per un accordo in un’ottica di maggior autonomia rispetto alle forniture dalla Cina – specialmente nei confronti di state-owned enterprises con asset domestici ed esteri.

Il secondo documento, un rapporto curato dalla Camera dei Comuni lo scorso giugno, ha evidenziato la necessità per il paese di costruirsi una catena del valore, dalle miniere ai prodotti finiti ad alto contenuto tecnologico, per stare al passo con le esigenze dell’industria delle rinnovabili. A partire dalle immense ricchezze del sottosuolo del Canada, “l’unica nazione dell’emisfero occidentale che possiede tutti i minerali e metalli necessari per produrre le batterie più avanzate per i veicoli elettrici”, ha dichiarato Labonté. Uno dei motivi per cui gli Stati Uniti guardano al Canada con estremo interesse, soprattutto per rilanciarsi nella corsa globale alle batterie. Infine, il governo di Ottawa ha ritenuto essenziale, in quest’ottica, una revisione dell’Investment Canada Act (ICA), per uno scrutinio più attento degli investimenti esteri (specialmente quelli cinesi) anche nel potenziale minerario del Paese per quanto riguarda i metalli critici, soprattutto nei confronti di potenziali acquisizioni di aziende canadesi attive nel settore.

Oltre alle ingenti risorse, il Canada sembra garantire anche pratiche sostenibili a livello sociale, economico ed ambientale, attrattive per gli investitori esteri, come dimostra un recente sondaggio della Mining Association of Canada: il 90% degli intervistati ha dichiarato il Paese un partner affidabile per gli elevati standard di sostenibilità, come di recente dimostrato dalle nuove linee guida dell’associazione.

Anche il settore della Difesa è un driver cruciale per il rilancio di una produzione su scala continentale. Come di recente confermato da un rapporto dell’House Armed Service Committee e dalla creazione di una Defense Critical Supply Chain Task Force, il Canada, insieme ad Australia e Regno Unito, rappresenta un pilastro fondamentale per la National Technology and Industrial Base americana, soprattutto per la fornitura di terre rare, elementi strategici per molte delle componenti delle forze armate statunitensi. Usa e Canada hanno già stretto accordi per rafforzare la supply chain nordamericana. A marzo scorso, l’azienda canadese NEO Performance Materials e la statunitense Energy Fuels hanno annunciato un’iniziativa congiunta per l’integrazione dei rispettivi segmenti industriali: la seconda, specializzata nella lavorazione di uranio (elemento spesso associato ai giacimenti di terre rare) estrarrà il materiale grezzo nei depositi dello Utah per spedirli agli impianti di raffinazione di NEO in Estonia dove verranno prodotti singoli ossidi di terre rare.

Stati Uniti e Canada sono dunque per molte ragioni fortemente complementari per una maggiore integrazione e regionalizzazione dell’industria estrattiva e dei segmenti tecnologici più avanzati. L’Unione europea persegue parallelamente percorsi di dialogo che, forse, andrebbero maggiormente approfonditi in termini multilaterali in un settore sempre più fondamentale per le ambizioni climatiche e digitali dei tre alleati.

(Foto: Twitter, @JustinTrudeau)

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