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Negli ultimi dieci anni l’Unione europea ha costruito uno dei sistemi di monitoraggio più avanzati al mondo sull’antimicrobico-resistenza. E il report congiunto Efsa-Ecdc 2023–2024, pubblicato questa settimana, conferma progressi concreti. In diversi Stati membri sono infatti diminuite alcune resistenze negli allevamenti e si è rafforzata la sorveglianza integrata secondo l’approccio one health. Ma il quadro resta tutt’altro che rassicurante. Nei casi umani di Salmonella la resistenza ai fluorochinoloni supera ancora il 20%, nei ceppi di Campylobacter i livelli di resistenza alla ciprofloxacina sono così elevati da aver reso questi antibiotici non più raccomandabili per il trattamento, e nei dati più recenti alcuni indicatori chiave mostrano un rallentamento dei miglioramenti registrati negli anni precedenti. Non un’inversione certificata, ma un segnale che impone cautela. Ne abbiamo parlato con l’epidemiologo Massimo Ciccozzi.

Professore, il report congiunto Efsa-Ecdc evidenzia progressi significativi negli ultimi dieci anni, ma segnala anche un recente plateau in alcuni indicatori chiave di suscettibilità. Dobbiamo interpretarlo come una fisiologica stabilizzazione o come il rischio concreto di un’inversione di tendenza?

Non è sempre facile capire quali saranno le conseguenze per la salute alla luce di un singolo evento. Questo vale per le recenti pandemie così come per le nuove scoperte e applicazioni in ambito medico-scientifico. Sull’Amr sappiamo però una cosa: ogni volta che la scienza medica è stata ignorata o sostituita da conoscenze o credenze fasulle, il risultato è stato un disastro con migliaia di decessi.

La resistenza agli antibiotici rappresenta oggi una delle più serie minacce globali alla salute pubblica: una pandemia nascosta, silenziosa. Si osserva un plateau degli indicatori in Europa, ma dobbiamo chiederci cosa significhi davvero.

Può spiegare meglio?

A livello globale, i dati recenti mostrano una tendenza preoccupante, con un aumento della mortalità associata alle infezioni resistenti e una riduzione dell’efficacia dei trattamenti di prima linea. Il Rapporto Oms 2025 indica che nel 2023 un’infezione batterica su sei tra le più comuni è risultata resistente agli antibiotici. Tra il 2018 e il 2023 la resistenza è aumentata in oltre il 40% delle combinazioni patogeno-antibiotico monitorate, con una crescita annua tra il 5% e il 15%.

Le stime parlano di 10 milioni di morti l’anno entro il 2050, con oltre 39 milioni di decessi direttamente attribuibili tra il 2025 e il 2050.

In ambito ospedaliero resta critica la diffusione di batteri Gram-negativi, come Escherichia coli e Klebsiella pneumoniae, resistenti ai carbapenemi, che rappresentano spesso l’ultima linea di difesa.

Per questo è assolutamente necessario rafforzare i programmi di antimicrobial stewardship: per non disperdere i risultati ottenuti e per continuare a costruire una cultura scientifica e sociale che deve essere perseguita nel tempo. Se questo non accadesse, rischieremmo di perdere molti dei progressi fatti finora.

Quali sono, secondo lei, le priorità per rendere la stewardship realmente continuativa e integrata?

Un’integrazione tra ospedale, territorio e ambito veterinario è fondamentale. Possono sembrare ambiti diversi, ma sono fortemente interconnessi. È necessario che gli specialisti di questi tre settori parlino tra loro e comprendano che questa interconnessione non può essere episodica, ma deve diventare un elemento di continuità. I professionisti sanitari devono lavorare insieme per un risultato comune.

Il report, ad esempio, sottolinea che, a causa degli elevati livelli di resistenza, i fluorochinoloni non possono più essere raccomandati per il trattamento delle infezioni da Campylobacter. Che cosa significa questo, concretamente, per la pratica clinica quotidiana?

Quando un antibiotico non funziona è un danno per l’umanità, un danno provocato dall’uomo, che deve dunque correre ai ripari. Indica necessariamente un cambiamento per la pratica clinica, ma anche una necessità sul fronte della ricerca.
È più che mai urgente ricercare nuove molecole antibiotiche utilizzando tutti i mezzi disponibili, anche attraverso strumenti innovativi come l’intelligenza artificiale. Questa può infatti aiutare a selezionare tra milioni di possibili molecole quella potenzialmente efficace, da cui avviare poi un trial clinico. È fondamentale rafforzare il nostro arsenale terapeutico.

In questo scenario, quanto pesa oggi la responsabilità dei diversi attori coinvolti nell’uso degli antibiotici?

La responsabilità è multipla. Chi prescrive deve fare, nonché essere messo in condizione di fare, una diagnosi corretta e fornire la terapia appropriata, senza cedere a eventuali pressioni del paziente. La responsabilità riguarda anche i medici veterinari e il settore zootecnico. Spesso gli antibiotici vengono somministrati in modo indiscriminato negli allevamenti intensivi. Tutto questo contribuisce all’aumento dell’incidenza dell’Amr.

C’è poi anche un altro tipo di responsabilità, quella culturale…

Sì assolutamente, l’educazione della popolazione generale è fondamentale. Gli antibiotici non devono mai essere assunti senza controllo medico o prescrizione, evitando, dunque, il fai-da-te. Serve un impegno costante, anche attraverso campagne di informazione che indichino chiaramente la direzione corretta, in un contesto di percezione del rischio ancora troppo bassa.

Il report conferma che un approccio one health coordinato a livello europeo ha prodotto risultati misurabili. Dal suo punto di vista, quale ruolo gioca il coordinamento Ue? E dove vede ancora margini di miglioramento?

Viviamo nella dimensione della salute pubblica e della one health. Questo significa che tutti devono partecipare alla gestione dei problemi di salute collettivi. Nessuno può isolarsi: la compartecipazione è la carta vincente.
Il coordinamento a livello Ue nonché Oms è fondamentale. Solo imparando a ragionare in maniera globale possiamo sperare di migliorare la nostra salute, o meglio, la nostra sanità. D’altronde, prevenire è sempre meglio che inseguire una malattia con la cura.

Resistenze batteriche, l’Europa migliora ma non può abbassare la guardia. Parla Ciccozzi

Il nuovo report congiunto Efsa-Ecdc fotografa lo stato dell’antimicrobico-resistenza in Europa tra risultati incoraggianti, livelli ancora elevati di resistenza in alcune infezioni chiave e un rallentamento rispetto ai progressi degli scorsi anni. Ne parliamo con Massimo Ciccozzi, epidemiologo del Campus Bio-Medico di Roma

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