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In questa prima metà del 2021 l’Egitto ha firmato accordi di cooperazione su difesa, intelligence e sicurezza con quattro Paesi del bacino del Nilo: Sudan, Uganda, Burundi e Kenya. Ha avuto un riallineamento delle relazioni con il Sudan. Ha siglato intese per implementare il rapporto commerciale con la Tanzania, lo Zambia e il Sud Sudan. Recentemente il presidente/generale Abdel Fattah al Sisi è stato in Gibuti, spalla cruciale del Corno d’Africa in cui grandi e medie potenze del mondo hanno un affaccio. Infine, da tempo si parla di un patto di cooperazione tra Cairo e Kigali.

Con il Rwanda sembra ormai tutto fatto, e questo significherà che gli egiziani non solo avranno il controllo della foce del Nilo, ma faranno da senior partner in intese con tutti i Paesi bagnati dall’asta fluviale dell’Iteru (nome del fiume in egiziano antico). Dal dio Hapy ai faraoni, il controllo delle acque del Nilo è sempre stato cruciale per la popolazione egiziana, e con il surriscaldamento globale e le crisi connesse — nel caso, la siccità e l’indebolimento dell’attività idrologica — il tema è ancora più attuale.

Tant’è che tra l’elenco di quei Paesi manca l’Etiopia, con cui l’inimicizia monta attorno alla Gerd. Acronimo di Grand Ethiopian Renaissance Dam si tratta della diga che bloccherà le acque del Nilo Azzurro nella Benishangul-Gumuz, regione etiope circa 15 chilometri a est del confine con il Sudan. Lunga 1780 metri, altezza media 50 metri, Addis Abeba l’ha pensata già nel 2011 per ricavarvi 6,45 gigawatt di energia, ossia per portare l’elettricità in diverse province e permettere di spingere lo sviluppo del Paese.

L’opera comporta una modifica dell’idrografia regionale che per il Cairo è semplicemente inaccettabile. Impossibile accogliere l’idea che le acque del Nilo arrivino in aliquota ancora ridotta di portata sul territorio egiziano, tanto più se a causa della presenza di uno sbarramento fluviale creato da qualche altro stato. La costruzione di quella linea di alleanze lungo l’immenso alveo del Nilo è anche riconducibile a questo: accerchiare l’Etiopia.

Lo scorso anno, mentre i lavori della Gerd procedevano verso il riempimento dell’invaso, il governo egiziano ha minacciato il ricorso alla forza se l’Etiopia non si fosse fermata (probabilmente altrettanto impossibile a questo punto). In quell’occasione il presidente statunitense Donald Trump, nei suoi ultimi mesi di mandato, aveva detto di comprendere le ragioni di Sisi e di non biasimarlo per un eventuale uso delle armi Egypt First.

Ora alla Casa Bianca c’è il democratico Joe Biden che chiede ai Paesi dell’area MENA di non procurargli rogne ulteriori, e in questo l’Egitto sembra stia accettando il consiglio, facendone tesoro. Il Cairo si è mostrato aperto nel ricostruire relazioni con la Turchia, rivale nel Mediterraneo orientale e in Libia. Quest’ultimo un dossier dove se si è arrivati al cessate il fuoco è grazie al cambio di postura egiziana. Sisi sta cercando di costruirsi l’immagine di honest broker agli occhi della Comunità internazionale lavorando dove trova spazi e può muovere leve, come di recente con la tregua mediata dopo l’ultimo rash israelo-palestinese.

In cambio è evidente che Sisi chieda di tutelare certi suoi interessi come il Nilo, ma è altrettanto evidente che l’amministrazione Biden non gli fornirà mai una  green card per un’azione armata. Però intanto il governo americano ha deciso di condurre una review sui possibili crimini di guerra (torture, abusi sessuali, uccisioni di massa di civili) commessi dalle forze di Addis Abeba nella regione ribelle del Tigray durante una crisi militare che si è creata a fine 2020 e che ha prodotto situazioni umanitarie complesse, con i governativi che non fanno arrivare gli aiuti internazionali ai tigrini.

Dopo mesi quieti, gli Stati Uniti hanno preso una linea dura con l’Etiopia. Il Congresso ha imposto sanzioni, il dipartimento di Stato avviato quella revisione fattuale, il presidente ha diffuso una dichiarazione forte. Per l’Egitto sono passaggi positivi. Per gli Usa un modo di tenere la linea sulla tutela globale dei diritti umani e civili accontentando in parte il Cairo — che ora vede le sue rivendicazioni sul Nilo andare contro uno stato accusato di crimini feroci e settarismo.

A Washington l’Egitto serve. Per comprenderne le ragioni basta osservare quella cartina della cooperazioni. Gli egiziani hanno ormai assunto un ruolo da potenza regionale (aspetto spinto anche dalla demografia: il più popoloso paese del mondo arabo). La linea delle partnership permette al Cairo di partite dal controllato Suez, sul Mediterraneo, e scendere fino ad avere appoggi tra le coste di Kenya e Tanzania, ossia sull’Oceano Indiano. Aree in cui gli egiziani vanno in competizione con Russia, Cina e in parte con la Turchia.

Per gli Stati Uniti questa competizione non è negativa, in quanto elemento che serve da bilanciamento reciproco; e gli egiziani, come i turchi, sono certamente attori con cui Washington parla meglio che con Mosca e Pechino — che lo scorso anno avevano gelato Sisi prendendo una posizione severa sulla diga e contro l’Egitto.

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