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Il viceministro degli Interni della Repubblica di Cina, Chen Tsung-yen, ha detto in conferenza stampa che Pechino sta cercando di utilizzare metodi di “guerra cognitiva” per cercare di minare la fiducia nel governo taiwanese e la sua risposta alla pandemia. L’occasione all’infowar cinese la danno le nuove misure che Taipei ha deciso per contenere una (per ora limitata) impennata nei contagi che arriva dopo che per mesi e mesi nell’Isola l’epidemia è stata tenuta sotto controllo.

Il governo taiwanese ha più volte alzato l’attenzione internazionale sulle attività cinesi riguardo alla pandemia. Prima, nella fase iniziale, la Repubblica popolare ha fatto di tutto per tagliare fuori Taiwan dalle comunicazioni che arrivavano dall’Oms — facendosi da filtro per dimostrare la sussidiarietà del Paese rispetto a Pechino. Successivamente, quando l’amministrazione di Tsai Ing-wen si era dimostrata molto efficace nella lotta al virus, best practice diventate esempio mondiale, ha iniziato una campagna di delegittimazione.

Ora sfrutta le nuove restrizioni — ordinate in anticipo come misura preventiva — per diffondere campagne informative contro il governo taiwanese. Un’attività non nuova, usata già in altri campi. Da tempo Pechino cerca di creare tra i cittadini dell’Isola un sentimento pro-cinese e contro le iniziative di Tsai, che invece ha vinto per due volte le elezioni seguendo una retorica in cui l’indipendentismo ha preso sempre più spazio.

Tutto arriva nei giorni in cui Taiwan viene esclusa dalla 74esima World Health Assembly, riunione dell’Organizzazione mondiale della sanità che mai come quest’anno assume importanza cruciale per la sicurezza sanitaria globale.

Nei giorni scorsi il Global Times (una pubblicazione cinese che diffonde in inglese la linea del Partito/Stato) si è rivolto direttamente ai cittadini di Taiwan chiedendo: se gli Stati Uniti non vi danno nemmeno i vaccini, come pensate che possano difendervi in caso di guerra? La domanda riguarda la ricerca di approvvigionamento che Tsai ha rivolto a Washington per aumentare le forniture in attesa che il siero autoctono sia pronto.

Usa e Taiwan negli ultimi anni hanno stretto le relazioni reciproche — per Washington è un modo per inserirsi in un dossier sensibilissimo per la Cina; per Taipei una via per ottenere una sponda politico/diplomatica di altissimo valore. La collaborazione militare è stata rafforzata, così come i rapporti in generale — sebbene gli Stati Uniti non intendano fare eccezione sulla politica dei vaccini, seguendo la linea di vaccinare prima la propria popolazione e poi provvedere a invii all’estero di eventuali surplus.

La partita su Taiwan ha un grande valore, tanto che il destino della repubblica isolana viene considerato un punto di frizione delicatissimo attorno a cui potrebbe anche svilupparsi un conflitto (potenzialmente devastante). Il Global Times su questo entra nel vivo di una questione cruciale: fin quanto gli Stati Uniti sarebbero disposti a lasciarsi coinvolgere in caso di guerra? Traslare questa narrazione sul piano vivo e preoccupante della pandemia è una sovrapposizione immediata — quasi facile per gli strateghi del cognitive warfare cinese).

L’uso di operazioni psicologiche più soft rivolte alle collettività taiwanesi s’abbina alle dimostrazioni muscolari con cui la Difesa cinese invia assetti marini, aerei e anfibi per spaventare gli abitanti dell’Isola e palesare la superiorità tattica e operativa. Taiwan risponde protestando con la Comunità internazionale per l’aggressività cinese, e riceve il supporto degli americani; che attraversa le acque dello stretto che divide l’isola dal Mainland con cacciatorpedinieri che rivendicano libera navigazione — concetto detestato da Pechino che considera quelle acque come proprie.

Per il Partito/Stato, Taiwan è una linea rossa invalicabile. Il segretario Xi Jinping sa bene che per dimostrarsi potenza globale non può accettare l’esistenza di diverse Cine (e di questioni territoriali come quelle nel Mar Cinese o nello Xinjiang). Contemporaneamente la sfida attorno a Taiwan riguarda però anche aspetti più pratico — altrettanto importanti — come la corsa alle nuove tecnologie.

La Cina, alla pari degli Usa, dipende per esempio da paesi terzi per l’approvvigionamento di semiconduttori: la carenza globale del momento sta facendo risaltare l’acuta necessità di microchip per applicazioni civili (dai cellulari alle auto) e militari, dove i “cervelli” elettronici sono indispensabili per il progresso (e il vantaggio) tecnologico. Il tema riguarda Taiwan, paese leader nel settore, la Cina e gli Stati Uniti nel loro impegno Indo Pacifico — se n’è parlato per esempio nell’incontro nello Studio Ovale tra l’americano Joe Biden e il sudcoreano Moon Jae-in.

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