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Canberra e Pechino sono ai ferri corti. Ormai da almeno un anno e mezzo. Alla richiesta australiana di un’inchiesta sull’origine del coronavirus la Cina, primo partner commerciale dell’isola, ha reagito con una serie di dazi su una dozzina di settori cruciali, dal vino alle aragoste, dal cotone al carbone. Poi l’Australia ha sospeso alcune attività legate alla Via della Seta. Infine, la Cina ha fatto saltare tempo indeterminato il meccanismo bilaterale che ha finora gestito il dialogo economico tra i due Paesi.

Tutto, però, ha inizio nell’estate di tre anni fa. Ad agosto 2018, infatti, l’allora primo ministro australiano Malcolm Turnbull aveva deciso di bandire dalla rete 5G australiana i fornitori cinesi Huawei e Zte. A ottobre, durante un discorso pubblico a Canberra, Mike Burgess, capo dell’Australian Signals Directorate, aveva spiegato che “la distinzione tra core ed edge svanisce quando si parla di 5G”. Quella scelta del governo australiano fu uno spartiacque nel braccio di ferro tra Stati Uniti e Cina allargato ad altri Paesi like-minded, quello che il segretario di Stato americano Antony Blinken ha definito un “divario crescente tra tecnodemocrazie e tecnoautocrazie”. Fu la prima e indicò la direzione, intrapresa successivamente, a distanza di qualche mese, dall’amministrazione statunitense di Donald Trump prima e dall’esecutivo britannico di Boris Johnson.

La disputa sul 5G è finita al secondo posto di una lista di 14 lamentele che l’ambasciata cinese a Canberra ha presentato al governo australiano nel novembre scorso, assieme alla richiesta di indagine sull’origine del coronavirus e alle prese di posizione su Xinjiang e Hong Kong.

A riaccendere le tensioni ora è arrivato un libro, “Red Zone: China’s Challenge and Australia’s Future” di Peter Hartcher, giornalista della testata australiana The Sydney Morning Herald per i tipi di Black Inc. Dopo oltre otto mesi di indagini, l’Australian Signals Directorate è arrivato a una conclusione consegnata al governo Turnbull: il rischio legato ai fornitori cinesi “non poteva essere contenuto in modo soddisfacente”, si legge in una delle anticipazioni del volume. 

“Ecco la cosa su cui la maggior parte dei commentatori si confonde sul 5G, compresi alcuni dei nostri amici americani”, ha raccontato un funzionario dell’intelligence. “Non si tratta dell’intercettazione delle telefonate. Abbiamo questo problema con il 4G, lo avevamo con il 3G”. Il vero problema è che Pechino potrebbe ordinare a Huawei o a Zte “di spegnere tutto, e questo bloccherebbe il Paese – parte o tutto”. “Il sistema fognario smette di funzionare. L’acqua pulita non arriva. Potete immaginare le implicazioni sociali di tutto ciò”, continua la spia sottolineando le molte applicazioni del 5G. “Oppure i trasporti pubblici non funzionano. O le auto elettriche a guida autonoma non funzionano. E questo ha implicazioni per la società, implicazioni per l’economia”. Ciò mette la rete 5G “in cima alla lista delle infrastrutture critiche che hanno bisogno di protezione”.

Hartcher ha intervistato per il libro l’ex primo ministro Turnbull, che ha raccontato il suo impegno per trovare una soluzione. Ma poi si è dovuto arrendere, nonostante le rassicurazioni di Huawei. “Una cosa, la sappiamo: se il Partito comunista cinese chiedesse a Huawei di agire contro gli interessi dell’Australia, dovrebbe farlo”. E ancora: “Huawei dice: ‘Oh no, ci rifiuteremmo’. Questo è ridicolo. Non avrebbero altra scelta che allinearsi”.

Le rivelazioni che giungono dall’Australia arricchiscono dunque di un elemento anche il dibattito italiano, in cui rimane centrale la relazione di fine 2019 del Copasir – quella in cui il Comitato invitava il governo a escludere le aziende cinesi dall’“attività di fornitura di tecnologia per le reti 5G” alla luce di due leggi cinesi (la National Security Law e la Cyber Security Law) che permettono agli organi dello Stato e alle strutture di intelligence di “fare pieno affidamento sulla collaborazione di cittadini e imprese”.

E in cui le recenti rivelazioni di Formiche.net sui rischi legati a un appalto per le comunicazioni delle forze di polizia hanno alimentato nuove preoccupazioni trasversali alle forze politiche. Alberto Pagani, deputato del Partito democratico, ha spiegato che è “evidente che non bastino più le misure difensive del perimetro cibernetico e del golden power”. Per questo “è necessario che ci sia una discussione politica seria su questo tema, dalla quale discendano decisioni vincolanti e chiare, per orientare l’azione della pubblica amministrazione, che pare voglia ragionare solo per compartimenti stagni, sacrificando la sicurezza sull’altare della convenienza economica e delle regole del libero mercato”. Federico Mollicone, responsabile innovazione di Fratelli d’Italia, ha annunciato un’interrogazione al ministro dell’Interno Luciana Lamorgese in un question time per sapere “se, in sede di aggiudicazione, ci saranno altri criteri non esplicitati di cui si terrà conto e se il Centro di Valutazione del Viminale sia già stato attivato per controllare l’equipaggiamento tech della gara”.

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