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Non esiste un modo nel protocollo diplomatico per tradurre quel “get the fuck out” con cui il ministro degli Esteri filippino, Teodoro Locsin, ha invitato i pescherecci cinesi a lasciare le acque (filippine) che da settimane occupano in massa. Locsin non è nuovo a commenti bruschi, ma stavolta il tono indica che qualcosa tra Pechino e Manila si è effettivamente rotto.

Per il governo cinese quei battelli sono dei pescherecci fermi per trovare rifugio dal mare grosso. Il problema è che quella che dalle Filippine viene individuata come una “flottiglia” si trova lì da oltre un mese, e non è la prima volta che succede — sebbene in questo caso si parla di 200 imbarcazioni, mai così tante viste insieme finora.

Per il governo filippino si trovano lì per segnare la presenza del Partito/Stato in un territorio marittimo rivendicato — sebbene inserito all’interno della Zona economica esclusiva di Manila. Questa rivendicazione è parte di una serie di richieste ampie che vedono Pechino pretendere il controllo di quasi tutto il Mar Cinese, ricco di risorse e fondamentale crocevia di traffici commerciali.

Nel 2016 un arbitrato dell’Aia ha respinto molte delle pretese cinesi, poi praticamente azzerate da una dichiarazione durissima del segretario di Stato statunitense con cui nel luglio scorso Washington definì “completamente illegali” le rivendicazioni cinesi. Erano i tempi dell’amministrazione Trump, che ha palesato lo scontro sino-americano. Scontro che vede nel Mar Cinese uno dei punti di frizione.

Il messaggio non è cambiato molto: il 28 marzo, davanti all’accumulo cinese attorno al Witsun Reef filippino, il capo della diplomazia dell’attuale amministrazione Biden ha commentato: “Gli Usa stanno con il nostro alleato, le Filippine”. Una portavoce del dipartimento di Stato aggiunge in questi giorni alla Reuters che se ci dovesse essere un’azione militare cinese, allora Washington sarebbe chiamata a intervenire, in ottemperanza all’accordo di cooperazione sulla Difesa con Manila (EDCA) del 2014.

I toni sono evidenti. La Cina ha forte interesse a portare avanti le rivendicazioni sul Mar Cinese sia per ragioni pratiche (l’importanza di quelle rotte) che simboliche: una potenza globale non può restare indietro sull’egemonia nel cortile di casa. Gli Stati Uniti rivendicano sotto forma di diritto alla navigazione interessi disposti esattamente sul lato opposto e senso contrario.

“Le nostre dichiarazioni sono anche più forti a causa della natura sempre più sfacciata delle attività, del numero, della frequenza e della vicinanza delle intrusioni” cinesi, ha spiegato la direttrice per le comunicazioni strategiche presso il ministero degli Esteri filippine. E la vicenda dei pescherecci diventa simbolo del corso delle relazioni Pechino-Manila.

Con l’aumento delle attività del Partito/Stato — che sta via via progettando di militarizzare diversi isolotti del Mar Cinese per occuparli — paesi come le Filippine hanno iniziato a rinforzare le forze armate e a metterle in esercitazione. Mentre finora la Cina giocava un ruolo di forte influenza nell’area, ora qualcosa sta cambiando.

Per esempio, il presidente filippino Rodrigo Duterte per la maggior parte del suo incarico ha perseguito legami più caldi con la Cina in cambio delle promesse di Pechino di miliardi di dollari in investimenti, aiuti e prestiti. “La Cina resta il nostro benefattore. Solo perché abbiamo uno scontro con la Cina non significa che dobbiamo essere scortesi e irrispettosi”, ha detto Duterte in un discorso nazionale la scorsa settimana. “Non c’è motivo di guai”, sostiene colui che già nel suo primo viaggio in Cina, nel 2016 (poco dopo l’elezione) rivendicava la necessitò di dire “goodbye” a Washington.

Ma come scrive in un’analisi Foreign Policy, “la crescente assertività di Pechino, soprattutto la sua sfida alle rivendicazioni marittime internazionalmente riconosciute delle Filippine, ha finalmente forzato la mano di Manila. Duterte ora riconosce, nonostante la sua continua retorica contraria, che la Cina non è amica, e le Filippine dopotutto hanno bisogno del loro alleato per la sicurezza di lunga data, gli Stati Uniti”.

È uno shift importante se si considera che Washington sta cercando di muovere una serie di alleati a partner all’interno del quadrante Indo-Pacifico per compattare un fronte di contenimento alla Cina. E mentre l’inclusione di certi paesi nelle riunioni internazionali come quelle del G7 spingo lo sforzo sul piano globale, vicende come le rivendicazioni marittime alzano la questione sul livello regionale. Buon per gli Usa, zappa sui piedi per Pechino.

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