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Il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza indica la casa come primo luogo di cura, dando ampio spazio alla medicina di prossimità. Si tratterebbe di una rivoluzione copernicana del nostro sistema sanitario, indirizzandolo in senso opposto a quanto avvenuto fino ad ora. A parte il Veneto e qualche timido tentativo in altre regioni, l’organizzazione delle cure nel nostro paese è stata improntata ad una visione totalmente ospedalocentrica.

L’offerta di assistenza domiciliare per anziani, pazienti fragili o affetti da patologie croniche, è stata pressoché nulla dappertutto e si è anzi assistito ad un suo arretramento con i piani di rientro regionali. Molte regioni hanno, e giustamente, chiuso una miriade di piccoli quanto inutili ospedali, da pochi letti e dalla scarsissima attività clinica, comunque costosi e privi di qualsiasi logica, quasi sempre frutto di compromessi clientelari e finalizzati esclusivamente alla creazione di consenso elettorale.

Il problema è che si sono lasciate le popolazioni interessate prive di qualsiasi alternativa, costringendole a rivolgersi ai grandi ospedali spesso distanti decine di chilometri. Non solo, ma la mancanza di accesso a qualsiasi altra possibilità di diagnosi e cura ha provocato l’affollamento dei Pronto Soccorsi portandoli in più occasioni al collasso.

Il caos generato nelle prime fasi della pandemia da Covid, con i Pronto Soccorsi ospedalieri trasformati in centri di rapida propagazione del contagio, è frutto di questo.

E’ stata proprio la novità della pandemia e la caotica gestione delle prime fasi a rendere evidente l’importanza di disporre di una organizzazione sanitaria diffusa sul territorio, che permettesse di individuare precocemente i pazienti affetti, isolarli e curarli a casa nella stragrande maggioranza dei casi, per riservare agli ospedali la cura dei più gravi e consentendo di approntare percorsi ordinati e sicuri all’interno delle loro strutture.

Ed è stata proprio la regione che più di ogni altra aveva indirizzato la propria politica sanitaria e i propri investimenti verso le alte specializzazioni per la cura delle grandi patologie degenerative, raggiungendo una indiscussa eccellenza e facendo di questo un vanto, a pagare il prezzo più elevato in termini di morbilità e mortalità. Il caso della Lombardia, dunque, ha messo in evidenza come un sistema sanitario non possa basare la propria missione solo sulle eccellenze dei grandi ospedali, che siano a gestione pubblica o privata, trascurando quel vero e proprio tessuto connettivo della salute che è rappresentato da una forte e ben organizzata medicina territoriale.

Occorre, dunque, passare dalla visione ospedalocentrica ad una organizzazione che davvero rimetta al centro il cittadino paziente. Occorre far sì che l’ospedale, con le sue alte specializzazioni, si apra al territorio assumendo anche il ruolo di coordinamento dei processi di diagnosi e cura per le patologie croniche e degenerative da effettuarsi fuori dalle sue strutture e, quando possibile, direttamente al domicilio del paziente, “primo luogo di cura” come appunto sottolineato nel Pnrr.

Gli strumenti tecnici per portare avanti questa rivoluzione della sanità pubblica ci sono tutti e da tempo, grazie alla digitalizzazione e miniaturizzazione di apparecchiature anche complesse, così come le professionalità su cui costruire una organizzazione efficiente. Ogni anno, nelle nostre Università si laureano migliaia di paramedici e tecnici che, addestrati adeguatamente, sono perfettamente in grado, coordinati da medici specialisti, di eseguire in autonomia esami diagnostici e di imaging e somministrare terapie, anche complesse, direttamente al domicilio del paziente e monitorarne l’andamento clinico.

Sono loro il nucleo su cui costruire il sistema, riconoscendone e valorizzandone la professionalità e rendendo effettiva la riforma del sistema educativo nel campo delle professioni sanitarie. Lo scambio di informazioni con l’ospedale di riferimento, grazie ai progressi della telemedicina, permetterebbe poi di ridurre i ricoveri inappropriati o, peggio, tardivi, e i re-ricoveri, decongestionando i Pronto Soccorsi e i reparti di degenza.

Le risorse sono state individuate, ora si tratta di gestire questa transizione imponendo in qualche modo alle regioni un comportamento virtuoso e non confliggente con gli interessi dei cittadini.

La rivoluzione della sanità nel Piano di Ripresa? Si fa in casa

Di Cesare Greco

Il piano appena presentato prevede la casa come “primo luogo di cura” e si tratta di una rivoluzione per il sistema italiano. Che aveva messo al centro gli ospedali, con tremende conseguenze in termini di contagio e mortalità da Covid, soprattutto in Lombardia. Cesare Greco, professore di Cardiologia alla Sapienza, spiega come strutturare la sanità in modo da cambiare davvero la vita per i cittadini pazienti

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