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“Aspetterò Putin in Turchia giovedì, personalmente”, questo l’annuncio del presidente Zelensky in risposta alla proposta a sorpresa del presidente russo per trattative dirette a Istanbul tra Mosca e Kyiv dal 15 maggio. Il presidente Zelensky ha accettato l’invito del presidente Trump di andare a scoprire quali siano le carte della Russia. L’incontro potrebbe davvero esser l’inizio di un cambio di passo nelle dinamiche della guerra in Ucraina, da più di tre anni in corso. L’obiettivo occidentale è che si intraprenda la direzione di un negoziato e che concretamente si realizzi una pace giusta e duratura per il popolo ucraino.

Pochi giorni fa alla riunione dei volenterosi, la presidente Meloni ha ribadito l’urgenza di raggiungere un “cessate il fuoco totale e incondizionato”. I leader europei insieme a Zelensky e agli Stati Uniti, hanno chiesto alla Russia di accettare una tregua di 30 giorni completa e senza condizioni per lasciare spazio ai colloqui di pace. In parallelo, poi, l’Italia prosegue nell’organizzazione della Conferenza a livello capi di stato e di governo per la ricostruzione dell’Ucraina, in programma a Roma il 10 e 11 luglio. Un appuntamento che vede la nostra Nazione, ospitante, in prima linea nel sostegno a Kyiv.

È viva l’aspettativa che la Russia risponda positivamente all’appello del presidente Trump così come ai tanti appelli europei.

Se da un lato i toni del Cremlino appaiono più costruttivi rispetto ai mesi scorsi, dall’altro lato preoccupa la costante narrazione revisionista che persiste da anni, anzi decenni, in Russia.

Il politologo Dugin, nel 1998, nel suo saggio “I fondamenti della geopolitica”, scriveva di una Russia che necessita di un “grande spazio autarchico”, di una grande unione eurasiatica composta da Paesi come Bielorussia, Kazakistan ma anche Iran, Siria e Libia. Sempre di Dugin l’idea dell’eterna opposizione tra le potenze terrestri e le potenze marittime, con la certezza che naturalmente la talassocrazia (ossia l’Occidente) non possa che soccombere alla potenza terrestre per eccellenza (ossia la Russia).

Dottrine bellicistiche e imperialiste come questa sono state per anni il materiale da cui attingere per il Cremlino e la sua propaganda, che continua ad essere diffusa tra influenze dei media e disinformazione. Penso al sociologo Bovdunov dell’Università di Mosca che apertamente parla di conflitto di civiltà tra Europa e Russia e aggiunge, “dobbiamo dare priorità alle reti sociali che mirano in un modo o nell’altro a distruggere l’identità civile dell’Europa”.

A tali narrative, va naturalmente affiancata l’aggressività che caratterizza la politica di Mosca. Il Presidente Putin ha iniziato guerre negli ex territori dell’URSS da quando è alla guida della Russia: in Cecenia, in Georgia, in Crimea, ora in Ucraina.

Non è mistero che il presidente russo abbia violato più volte uno dei principi cardine dell’ordine internazionale – il non uso della forza – e che consideri praticamente inesistenti i Trattati firmati negli anni 

Novanta dalla Federazione Russa, in particolare quello del 1997 che garantiva la sovranità integrale dell’Ucraina nei suoi confini e addirittura la sua libertà da pressioni economiche e condizionamenti politici, e poi il memorandum di Budapest.

Nei mesi scorsi, il presidente russo dichiarava che prima della pace si dovesse giungere alla rimozione delle cause del conflitto, a significare che per la Russia l’esistenza di una Ucraina sovrana è il problema stesso.

Quale Russia aspettarsi ora? Difficile pensare quale linea politica e narrazione, nei prossimi giorni e mesi, prevarranno. L’auspicio dell’Occidente è che i negoziati possano concretamente iniziare e la guerra chiudersi in modo giusto ed equo per l’Ucraina, Paese che ha subito nel proprio territorio – e continua a subire – un’aggressione brutale.

Giovedì una svolta è possibile: il presidente Putin può dimostrare davvero, come già fatto da Kyiv, la volontà di costruire la pace. Speriamo non sia l’ennesima occasione sprecata.

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