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C’è una bella differenza tra un paio di scarpe, un elettrodomestico, un traliccio o un tubo del gas. Ma a voler guardare al di là del proprio naso, la sostanza è più o meno la stessa: la Cina continua ad allungare le mani sulle grandi realtà industriali europee. Non bastava aver demolito un pezzo alla volta il mercato dell’auto occidentale, con unicorni del calibro di Byd, fino a spingere la stessa Commissione europea a smontare e riscrivere il Green deal. Adesso arriva un altro blitz, di quelli che non passano inosservati. E proprio nei giorni in cui l’Italia prova a liberare Pirelli dall’ingombrante e potenzialmente pericolosa presenza cinese.

Stavolta la storia si snoda dentro un triangolo che risponde al nome di Francia, Germania e, per l’appunto Cina. Il più grande marchio cinese di abbigliamento sportivo, Anta Sports, ha infatti annunciato che acquisterà il 29% della celebre Puma da groupe Artémis, la società di investimento della famiglia Pinault, per 1,5 miliardi di euro, diventando così il maggiore azionista dello storico e altrettanto celebre produttore tedesco di abbigliamento sportivo. Si prevede che la transazione si concluda entro la fine del 2026, subordinatamente alle relative approvazioni normative.

Si diceva del triangolo. Puma non ha certo bisogno di presentazioni, chi non ha mai indossato una felpa, una maglia o una scarpa della casa tedesca. Fondata nel 1948 da Rudolf Dassler in Baviera e compatriota della non meno famosa Adidas, Puma nel 2018 è stata ceduta al colosso Kering, holding di moda francese controllata dal miliardario Francois Pinault e che oggi vanta nel suo portafoglio marchi del lusso quali Gucci, Yves Saint Laurent e Balenciaga.

Adesso, un nuovo cambio di bandiera. La legge del mercato, si dirà. Va bene, però è impossibile non pensare almeno per un attimo al precedente colpaccio della Cina in terra tedesca. Lo scorso autunno, il gruppo cinese Jd ha conquistato l’85,2% dell’azienda teutonica Ceconomy, la holding che controlla i negozi MediaMarkt (in Italia Mediaworld) e Saturn. Jd è una delle piattaforme di e-commerce più grandi in Cina e l’acquisizione le permetterà di espandersi nel mercato europeo, dove Ceconomy ha circa mille negozi fisici e i siti MediaMarkt, Saturn e Mediaworld. 

E l’Italia? Anche lo Stivale ha subito, forse anche coscientemente, l’aggressività cinese. Questo giornale ha raccontato per primo e senza remora alcuna il caso, eclatante, dell’ingresso (correva l’anno 2014 e al governo c’era Matteo Renzi) dell’ingresso di State Grid in Cdp Reti, la cassaforte tricolore che partecipa realtà strategiche come Snam e Terna, ovvero le reti nazionali energetiche. Un’operazione, resa possibile anche dal pessimo tempismo circa la messa a terra della normativa sul golden power, che ha permesso al Dragone di entrare a stretto contatto con alcune delle infrastrutture più sensibili del Paese. Appare plausibile pensare che il governo di Giorgia Meloni possa sanare il tutto, se non altro provando a spuntare le armi all’azionista cinese. Si vedrà. Meno male che nel frattempo, però, sono stati messi al bando i pannelli made in China, tagliati fuori dagli incentivi. Quello sì, un successo italiano.

La Cina fa (ancora) le scarpe all'Europa e artiglia Puma

Il colosso dell’abbigliamento sportivo Anta rileva il pacchetto di maggioranza dello storico brand tedesco, ma battente bandiera francese da anni. Un’altra scorribanda travestita da libero mercato, che richiama alla mente il caso di Mediaworld. Mentre l’Italia prova a mettere alla porta i cinesi in Pirelli, nell’attesa di fare altrettanto in Cdp Reti

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