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Il trauma del rinvio delle elezioni “causa Covid” lo abbiamo già sperimentato. Avremmo dovuto votare entro giugno per rinnovare i consigli comunali di alcune delle più grandi città italiane (da Roma a Milano), ma il voto è stato rimandato a ottobre. Bene? Male? Ha deciso una larghissima maggioranza, una delle maggioranze più ampie che il Parlamento italiano abbia sperimentato, la maggioranza che sostiene il Governo di Mario Draghi.

Lo scorso mese di settembre si è votato per le regionali che avrebbero dovuto svolgersi nella primavera del primo lockdown. E forse sarebbe stato meglio rimandare ancora, vista la drammatica “seconda ondata” del Covid-19, che ha aggiunto migliaia di morti al tragico bilancio (ancora provvisorio) della pandemia in Italia. E che forse avrebbe potuto essere più flebile, se non avessimo aumentato le occasioni di contatto durante la campagna elettorale e durante le votazioni.

Sergio Mattarella ha indicato nella perdurante emergenza sanitaria una delle ragioni che lo ha convinto a perseguire la strada del Governo Draghi dopo la fine del secondo Governo Conte, piuttosto che sciogliere anticipatamente le Camere.

Quando si rinvia il voto popolare vuol dire che si sta attraversando una crisi non comune. E forse vuol dire che il patto tra eletti ed elettori deve essere sottoposto a una particolare forma di fiducia “rafforzata”. Un auspicio morale? Probabilmente sì. Ma un auspicio che dovrebbe assumere i toni di un appello, da parte degli elettori. Un appello alla trasparenza della politica, una trasparenza particolare, visto il momento particolare: fateci sapere che programmi ci sono per il febbraio 2022.

Tra meno di un anno Camera e Senato congiuntamente dovranno eleggere il nuovo Capo dello Stato. Sergio Mattarella è stato eletto Presidente della Repubblica il 31 gennaio 2015. Tra meno di quattro mesi inizierà il “semestre bianco”, periodo durante il quale non si possono sciogliere le Camere. Non si tratta di un futuro lontano, imprevedibile. E’ un orizzonte prossimo, all’interno del quale sarebbe lecito chiedere ai partiti, ai loro leader e a coloro che guidano le Istituzioni una trasparenza cristallina. A partire proprio da Sergio Mattarella. Sarebbe pronto a ricandidarsi? La domanda è mal posta. Sarebbe pronto ad accettare una nuova candidatura? E qui la palla passa ai partiti, innanzitutto a quelli (la stragrande maggioranza delle forze rappresentare in Parlamento) che hanno aderito proprio al disegno di Mattarella, che ha incaricato Draghi a Palazzo Chigi, piuttosto che avviare il percorso delle elezioni anticipate.

I partiti di maggioranza hanno di fatto ribadito una fiducia ampia nell’operato del Capo dello Stato, al punto di sostenere un Governo “del Presidente”. E’ inopportuno chiedere che dicano ad alta voce se intendono chiedere a Mattarella la sua disponibilità a non lasciare il Quirinale? Direi che saperlo, più che opportuno sarebbe quasi doveroso, per risparmiare al Paese le fibrillazioni che rischiano di scatenarsi dal prossimo mese di luglio, fino al febbraio del prossimo anno.

Non si tratta di chiedere alla politica di fare un passo indietro, negandosi il diritto di percorrere tutte le vie del possibile; si tratta piuttosto di invocare un supplemento di responsabilità per indicare per tempo una candidatura al vertice delle Istituzioni del Paese.

Altrettanto auspicabile (e doveroso, in qualche modo) sarebbe l’indicazione di un nome “alternativo” a quello di Sergio Mattarella. Ci sono altri protagonisti della vita pubblica italiana che potrebbero legittimamente ambire al ruolo, a condizione di trovare un adeguato consenso presso i “grandi elettori” (parlamentari e delegati delle Regioni). Uno fra tutti Mario Draghi, per il suo passato e per il suo presente (salvo poi colmare il vuoto che si produrrebbe a Palazzo Chigi).

Di certo non si può assistere all’abituale esercizio di cinismo di brevissimo respiro, che è pronto a guidare i prossimi mesi della politica italiana. Consegnato il Piano nazionale di ripresa e resilienza, e avviata con decisione la campagna vaccinale, non possiamo dirci soddisfatti di un programma di Governo, che deve essere più ambizioso. Lo impone la realtà dei fatti. La fine del blocco dei licenziamenti e la conseguente crisi occupazionale, un debito pubblico esploso oltre ogni limite di sostenibilità, una relazione da rinnovare con l’Europa (la campagna vaccinale ha messo a nudo una lentezza barocca che non è accettabile), un Pil da innalzare per recuperare risorse e ricchezza per il Paese…Basta questo per farci comprendere che non abbiamo bisogno di fibrillazioni, ma di programmi di governo e di tempo per eseguirli.

Eppure, se dovessimo avviarci nel semestre bianco senza forti indicazioni della politica, saremmo destinati a entrare in una fase di turbolenza, che è l’esatto opposto di quello che serve per tornare a crescere e per proteggere al meglio i nostri connazionali.

Citando Winston Churchill potremmo ripetere che “la democrazia è la peggior forma di governo, eccezion fatta per tutte quelle altre forme che si sono sperimentate finora”. Oltre alle regole della democrazia formale, dovremmo recuperare la maggiore serenità possibile. Ma anche il massimo di serietà. E pretenderlo da chi ci rappresenta.

Evitiamo il frullatore del semestre bianco

I partiti di maggioranza hanno dato ampia fiducia a Mattarella, al punto di sostenere un governo “del Presidente”. Dovrebbero chiedergli ad alta voce se è disponibile a non lasciare il Quirinale. Se dovessimo avviarci nel semestre bianco senza forti indicazioni della politica, saremmo destinati a entrare in una fase di turbolenza. Le previsioni di Antonio Mastrapasqua

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