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L’Aeronautica militare compie i suoi primi 98 anni di vita. Un compleanno particolare, come quello del 2020, senza cerimonie in grande stile né fanfare, tutto all’insegna del servizio al Paese per una Forza armata a Difesa dell’Italia, dal contributo nella lotta alla pandemia fino ai teatri operativi lontano dai confini nazionali, passando per l’attenzione alle nuove sfide tecnologiche. Per l’occasione, ne abbiamo parlato con il capo di Stato maggiore, il generale Alberto Rosso.

Generale, è il secondo anniversario ai tempi della pandemia. Lo scorso anno scelse due parole per celebrare l’appuntamento: “servizio e responsabilità”. Quali sono quelle di quest’anno?

Purtroppo mi sento di confermare quelle stesse parole. Mi sarebbe piaciuto poter dire di aver ormai superato l’emergenza, ma non è ancora così. Certamente, oggi, possiamo guardare al futuro con un po’ di ottimismo in più e sono davvero orgoglioso di come il personale dell’Aeronautica Militare abbia saputo rispondere con spirito di servizio e senso di responsabilità a questa emergenza. I risultati ottenuti nello svolgimento delle nostre normali attività, oltre al contributo offerto alla Protezione civile, al Comando operativo di vertice interforze e al ministero della Salute, hanno dimostrato come l’Aeronautica sia in grado di fare la propria parte in maniera completa ed efficace e mi fanno essere ottimista per il futuro.

L’Aeronautica Militare è stata coinvolta da subito nella lotta al Covid-19, e resta oggi impegnata con le altre Forze armate nelle operazioni messe in campo dalla Difesa. Nel frattempo però proseguono tutti gli altri impegni, compresi quelli all’estero. Come avete adattato la vostra azione al contesto pandemico?

L’Aeronautica Militare non ha mai smesso di svolgere le proprie attività operative: nessuna flessione, riduzione o interruzione, continuando ad assicurare tutti i servizi senza battute d’arresto, pur con tutte le precauzioni adottate per minimizzare la diffusione dei contagi. Chiaramente questo ha comportato una serie di difficoltà oggettive per il personale.

Ad esempio?

Pensiamo, ad esempio, alla necessità di sottoporsi a periodi di quarantena prima e dopo l’impiego nei teatri operativi, misure cautelative indispensabili ma che senza dubbio hanno provocato ulteriori disagi, prolungando il periodo di distacco dalle proprie famiglie. Posso dire con soddisfazione che le procedure e i protocolli di controllo estremamente rigidi che abbiamo messo in atto in ogni ente di della forza armata (dal controllo dei flussi del personale al mantenimento delle distanze, dalle tecniche di sanificazione alle misure di igienizzazione) si sono rivelate particolarmente efficaci. Grazie a questa attenzione costante non abbiamo avuto focolai importanti di diffusione del virus né negli istituti di formazione, né tantomeno negli altri reparti di forza armata che mantengono costantemente la piena operatività.

Intanto si avvicina il centenario dell’Arma azzurra. Che valore ha questo traguardo?

Più che di traguardo parlerei di ricorrenza storica, simbolica ma fondamentale. Si tratta di un anniversario che ci consente di dare senso e continuità alla nostra storia, ai nostri valori, alle tradizioni che gli uomini e le donne della forza armata hanno contribuito a costruire in quasi cento anni. Il centenario costituisce quindi una preziosa opportunità per riscoprire e ricordare le nostre radici e valorizzare le pagine di storia scritte dai nostri predecessori, guardando con ancora maggiore consapevolezza e determinazione al futuro. Forti di questo bagaglio esperienziale abbiamo, infatti, l’obbligo di ottimizzare le nostre capacità presenti e traguardare obiettivi futuri altrettanto ambiziosi e importanti, soprattutto in questo momento in cui la tecnologia evolve rapidamente, presentandoci, al tempo stesso, sfide nuove e opportunità incredibili.

A proposito, a novembre, in audizione alla Camera, spiegava proprio la sfida del futuro, quella sulle nuove tecnologie e sul concetto di “multi-dominio”. Come si sta adattando la forza armata?

In ogni contesto la teoria deve necessariamente tradursi in attività pratica e concreta. Credo che mai come in questo momento siamo chiamati ad integrare (nella vita operativa, logistica e di normale funzionamento di forza armata) i concetti e le potenzialità che le nuove tecnologie riescono a offrire. In questo senso, l’F-35, insieme al Caew, costituiscono senza dubbio alcune delle tecnologie più avanzate presenti in Aeronautica militare e funzionano da sprone ed opportunità per adeguare l’intera forza armata alle nuove potenzialità offerte dai sistemi di quinta generazione. È un processo lungo, complesso e coinvolgente che richiede tempo, impegno e determinazione per accrescere le capacità già acquisite, ma la via da seguire è chiara e visibile.

È recente in tal senso l’esercitazione “Tempesta Perfetta” sull’integrazione tra velivoli di quarta e quinta generazioni. Come procedono le attività con gli F-35?

“Tempesta Perfetta” è qualcosa di più di una semplice esercitazione, è un evento addestrativo a cadenza periodica che ha l’obiettivo fondamentale di testare, nel concreto, le modalità con cui i sistemi di quarta e quinta generazione, inclusa la fondamentale catena di comando e controllo, riescono a interagire, a dialogare tra loro, a integrarsi e aiutarsi vicendevolmente. Lo scambio di dati e informazioni avviene in maniera reciproca, consentendo a ognuno dei sistemi di trarre beneficio dalle capacità dell’altro. Se, infatti, è indubbio il vantaggio che i sistemi di quarta generazione riescono a trarre dalle potenzialità offerte da quelli di quinta, è altrettanto vero che, quest’ultimi, a loro volta, possono trarre enorme giovamento dalla loro integrazione nella struttura legacy dei sistemi di quarta generazione, tutto a beneficio dell’intero strumento aerospaziale e della Difesa.

Nel frattempo si guarda già alla sesta generazione. A dicembre l’intesa governativa con Regno Unito e Svezia. Cosa aspettarsi dal Tempest?

Tutta l’esperienza che stiamo accumulando con l’F-35 ci sta permettendo di capire cosa ancora può essere migliorato e quali sono i settori in cui è possibile crescere per andare oltre la quinta generazione. È giunto il momento giusto per iniziare a guardare oltre, per concepire il Tempest per quello che sarà, non semplicemente un aeroplano che sostituirà l’Eurofighter, ma piuttosto un “sistema di sistemi”, un integratore, un elemento fondamentale per la forza armata dopo il 2030. In questo momento stiamo collaborando con Svezia e Regno Unito, Paese promotore del progetto, e allo stesso tempo stiamo cercando di approfondire con l’industria tutte quelle tecnologie che saranno abilitanti per il Tempest ma che, contemporaneamente, garantiranno in maniera naturale eccezionali applicazioni in tantissimi ambiti civili.

Ci spieghi meglio.

Intelligenza artificiale, connettività, realtà aumentata e virtuale sono solo alcune delle tecnologie dove sviluppare competenze e know how che, in maniera totalmente trasversale, possono trarre beneficio dagli studi e ricerche sviluppate per il Tempest e risulteranno fondamentali in campo industriale, nella medicina e in moltissimi altri ambiti che vanno ben oltre quello della Difesa. Investire oggi sul programma Tempest significa garantire al Paese crescita, ricerca e occupazione per il domani. In tal senso, sono assolutamente convinto che il progetto costituisca non solo una necessità operativa per la Difesa ma, soprattutto, un investimento fondamentale e rivoluzionario per tutto il Paese.

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