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L’Italia è l’unico Paese dell’Unione europea a non disporre ancora di una strategia di sicurezza nazionale. L’assenza di un documento strategico omnicomprensivo, capace di tracciare i profili delle principali minacce e di indicare le linee d’azione per il perseguimento dell’interesse nazionale, rappresenta oggi una mancanza non più sostenibile. La creazione di questo documento dovrà, però, andare di pari passo con la maturazione di un contesto nazionale e di un’opinione pubblica in grado di leggere e interpretare correttamente i grandi cambiamenti geopolitici attualmente in corso. In questo sforzo collettivo, un ruolo non secondario verrà ricoperto dagli enti di ricerca come l’Osservatorio sulla sicurezza nazionale dell’università Pegaso che, nell’ambito della conferenza “Sicurezza europea: evoluzione della Nato, scenari, interessi nazionali e alternative” tenutosi al Centro alti studi per la Difesa e moderato da Flavia Giacobbe, ha presentato il suo primo studio sul futuro della sicurezza nazionale ed europea.

L’era dell’incertezza

“Viviamo in una fase storica segnata da incertezza e discontinuità”, ha segnalato il capo di Stato maggiore della Difesa, il generale Luciano Portolano, nell’arco del suo intervento. Secondo il vertice delle Forze armate, in un contesto caratterizzato da tensioni stratificate e da minacce tecnologiche in rapida evoluzione, è ora che l’Europa si faccia maggior carico della propria sicurezza. “Sappiamo tutti che gli equilibri del rapporto transatlantico sono in costante evoluzione. I segnali da Washington dicono che l’Europa deve rafforzare la propria postura nella difesa della sua sicurezza comune, assicurando un burden sharing meno sbilanciato verso gli Stati Uniti”. Riscoprire l’importanza della sicurezza in un’era interconnessa richiederà però un salto qualitativo per un Paese come l’Italia, in cui fino a poco tempo fa il mondo militare e quello civile erano rigidamente separati, così come i concetti di sicurezza e difesa. Per questo, avverte Portolano, il futuro documento strategico nazionale dovrà necessariamente “includere aspetti non solo militari, ma anche civili”.

Senza unione politica non può esserci difesa europea

“La Difesa comune e l’unione politica non sono obiettivi separati, ma due facce della stessa medaglia”, ha spiegato Elisabetta Trenta, direttrice del neonato Osservatorio e già ministra della Difesa. Trenta ha messo in guardia dal rischio di pensare che la difesa comune — come anche la fiscalità, la sanità e altri temi — sia un tema prettamente tecnico. Anzi, la direttrice ha sottolineato come nessuna ipotesi di difesa comune europea potrà essere realizzata fintanto che gli Stati membri (e i loro cittadini) non scioglieranno il nodo politico sulla creazione di un nuovo soggetto internazionale. “L’Europa deve diventare un soggetto geopolitico. La storia dell’integrazione europea dimostra che, con la volontà politica, è un obiettivo possibile”. 

Colmare un vuoto strategico

Il presidente del Casd, nonché padrone di casa, il generale Stefano Mannino, ha richiamato l’attenzione sull’assenza di un quadro strategico nazionale. “Le sfide che oggi affrontiamo sono multiformi e multidimensionali”, ha osservato, indicando anche i rischi sanitari, energetici e economici che vanno a comporre la pletora di minacce che il Paese si trova ad affrontare. Secondo Mannino, la riflessione strategica avviata negli ultimi tempi in sedi istituzionali, industriali e accademiche dovrà portare a un documento strategico nazionale vero e proprio, capace di colmare un gap che l’Italia non può più permettersi. Realtà come il nuovo Osservatorio saranno cruciali in questo contesto, in quanto potranno diventare un hub di riferimento per la sicurezza nazionale e contribuire a diffondere “una cultura della difesa e della sicurezza” nel Paese.

Un mondo sempre meno democratico e sempre più multinodale

Il presidente di Multiversity e già presidente della Camera dei Deputati, Luciano Violante, ha sottolineato l’importanza di distinguere tra percezione e realtà della sicurezza. “Dopo la fine della Guerra fredda avevamo due certezze: l’inarrestabilità del processo di occidentalizzazione del mondo e la conseguente inarrestabilità del processo di democratizzazione del mondo”, ha ricordato. “Entrambe adesso stanno franando”. Oggi solo il 20% della popolazione mondiale vive in democrazia, contro il 60% di qualche decennio fa. Per Violante, “la democrazia sta perdendo la propria spinta propulsiva”. Da qui la necessità di rafforzare il legame tra sicurezza e democrazia, in un quadro in cui il disavanzo tra Brics e G7 si fa sempre più netto.

Nel solco di queste riflessioni si è inserito anche Alessandro Politi, direttore della Nato Defense College Foundation, che ha dipinto un contesto internazionale caratterizzato sempre più dalla de-globalizzazione e da crisi simultanee. “Siamo inquietati da un ordine multipolare, ma dobbiamo prepararci a uno scenario ancora più mobile, un mondo multinodale”, ha spiegato. In questo scenario, l’Europa deve individuare i propri interessi generali, come l’accesso a energia a prezzi sostenibili, il mantenimento della libertà di navigazione, l’instaurazione di rapporti solidi con attori come India e Africa. Centrale resta anche la relazione con Washington, non priva di complessità, ma che rimane un pilastro della sicurezza italiana ed europea.

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