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Qualcuno si è chiesto perché, da presidente della delegazione italiana all’Assemblea parlamentare dell’Osce, che si occupa di sicurezza in Europa, abbia chiesto all’Organizzazione di invitare alla prossima assemblea plenaria i rappresentanti del Quad, il Quadrilater security dialogue, che riunisce Stati Uniti, Giappone, India e Australia.

L’ho fatto perché sono convinto che la crescente instabilità nell’Indo-Pacifico sia speculare e complementare a quella nel Mediterraneo e che una escalation incontrollata dell’assertività cinese in Asia sia foriera di gravi squilibri in Europa. Leggevo su Limes una bella analisi sull’interdipendenza e similitudine tra i Medioceani (Mare Nostrum e Mar Cinese Meridionale) che collegano il Pacifico all’Atlantico. Non è accademia ma realtà: a rischio non ci sono, come qualcuno dice, “solo” i diritti di Hong Kong e di “minoranze” interne alla Cina, ma i diritti e la libertà di tutti.

Non ho nessuna animosità verso Pechino, che rispetto, e credo nel dialogo, ma vedo che troppa accondiscendenza (magari motivata dalla volontà di non rovinare il business come nel caso tedesco) porta non a un appeasement ma a un continuo alzarsi dell’asticella. In pericolo non si sente solo la piccola Taiwan, ma anche giganti come India e Australia e potenze come il Giappone, per non parlare del Vietnam e degli Stati del Sud-Est asiatico che temono non solo per i propri confini ma anche per l’approvvigionamento di un elemento vitale come l’acqua che, causa gli sbarramenti cinesi sul Mekong, è sempre più a rischio.

Spostandoci a Ovest, seguendo le Vie della Seta, la “percezione” di insicurezza e di pericolosa dipendenza non cambiano nell’Africa caduta nella trappola del debito e nell’Asia Centrale ieri russa e oggi sempre più cinese. Stiamo parlando delle porte dell’Europa e d’altra parte la Marina cinese nel Mediterraneo l’abbiamo già vista, ma ben più preoccupante è un altro tipo di penetrazione: quella che mira al controllo delle infrastrutture (portuali, energetiche, digitali…) al possesso dei dati sensibili, al controllo delle comunicazioni, al monopolio sull’Internet delle cose, che vale mille portaerei. In Italia siamo riusciti a scongiurare un gran pasticcio sul 5G ma le insidie non sono finite. Da soli non possiamo competere, occorrono partner forti, a cominciare dagli Stati Uniti e dalla Nato, ma è chiaro che l’orizzonte va allargato e per questo penso che l’Osce, di cui fanno parte Stati Uniti e Russia e che già ha un partenariato con Giappone e Australia, che va molto rafforzato e allargato all’India, possa essere un tavolo di discussione e cooperazione di fronte a nuove sfide.

Nel frattempo seguo e apprezzo il competente attivismo del segretario di Stato americano, Antony Blinken, e spero che i colloqui con i rappresentanti cinesi in Alaska portino buoni frutti, nella convinzione che, in ogni caso, un nuovo pivot to Asia, questa volta americano-europeo, vada lanciato, perché se non ci muoviamo ora, tra 50 anni il mondo libero che conosciamo e apprezziamo potrebbe non esistere più.

(Foto: Twitter, @WhiteHouse)

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