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Il 2021 si è aperto con l’annuncio roboante di Goldman Sachs: stiamo assistendo “all’inizio di una spinta strutturale di mercato a lungo termine per le materie prime”. In parole povere, all’avvento di un nuovo super-ciclo di minerali e metalli rari, cruciali per la transizione verde e digitale e per il conseguimento degli obiettivi industriali dei paesi sviluppati come Stati Uniti, Unione europea e Cina.

In questo scenario di crescente spinta del mercato, la corsa ad assicurarsi supply chain stabili e sicure già vede le potenze globali in una rinnovata competizione per i cosiddetti critical raw materials – litio, cobalto, nickel, germanio, gallio e terre rare. Ed è in particolare l’appetito di Pechino a destare le principali preoccupazioni.

La Cina è già il principale produttore mondiale di pannelli fotovoltaici, turbine eoliche e batterie elettriche. Componenti chiave per le energie rinnovabili. Oltre a essere un mercato fortemente competitivo per i prodotti più downstream, la Repubblica popolare cinese è anche responsabile della produzione e raffinazione dei metalli rari negli stadi più a monte della catena, spesso associati a esternalità negative per l’ambiente e le comunità locali.

Tuttavia, la crescente spinta del governo di Pechino per trasformare il Paese in una superpotenza high-tech oltre che industriale per i prodotti a più alto valore aggiunto è stata accompagnata, di pari passo, a un maggior attivismo internazionale per assicurarsi quelle filiere di rifornimento critiche per nutrire le ambizioni del piano Made in China 2025 e del 13° Piano quinquennale, oltre che per raggiungere la neutralità climatica nel 2060.

I progetti della Cina in questo senso si sono diramati lungo le direttrici della Via della Seta (Belt and Road Initiative). Tra i Paesi abbracciati da questo fitto network di partnership e alleanze strategiche, c’è la Repubblica democratica del Congo, in cui hanno perso la vita il nostro ambasciatore Luca Attanasio, il carabiniere Vittorio Iacovacci e l’autista Mustapha Milambo, uccisi ieri mattina in un assalto a un convoglio del World Food Programme sulla strada per Goma.

La Repubblica democratica del Congo, divenuto ufficialmente a gennaio di quest’anno il quarantacinquesimo Paese ad aderire alla Via della Seta, rappresenta un punto nodale, soprattutto per la ricchezza del suo sottosuolo: ospita infatti il 51% delle riserve mondiali di cobalto secondo gli ultimi calcoli dello US Geological Survey ed è responsabile del 64% della produzione globale.

Il cobalto, insieme al litio, è un ingrediente cruciale per la manifattura delle batterie elettriche, perché aumenta la resistenza di quest’ultime al calore, consentendo di mantenere la carica senza danneggiare la batteria. La Cina è ben posizionata lungo l’intera catena del valore, dalla raffinazione del cobalto (82%) fino alla produzione di anodi e catodi (61%-83%).

A enfatizzare la centralità di queste filiere industriali, in un recente articolo per l’Oxford Institute for Energy Studies Simon Moores, ceo di Benchmark Intelligence, ha affermato che “coloro che controllano queste catene del valore avranno il controllo sull’equilibrio di potenza industriale per il resto di questo ciclo tecnologico, che potrebbe durare fino all’inizio del XXII secolo”.

La presenza cinese nel settore estrattivo dello stato centrafricano è ormai consolidata: come riportava un dettagliato reportage di Foreign Policy, la Repubblica popolare cinese già nel 2019 controllava otto delle 14 compagnie coinvolte, ovvero circa la metà dell’output del paese. Ora che l’accordo stipulato a tra il ministro degli Esteri cinese Wang Yi e il presidente congolese Felix Tshisekedi è realtà, avvisava un rapporto di Roskill, “è probabile che seguano ulteriore cooperazione tra i due paesi e incentivi per le industrie minerarie cinesi, come China Molybdenum, a fare ulteriori investimenti nell’industria congolese del rame e del cobalto, estendendo le acquisizioni sulle miniere locali”. Un prospetto che rappresenta una minaccia per i rivali europei e occidentali considerando le quote maggioritarie di produzione del Paese sul totale globale.

Un ulteriore barriera all’ingresso in questa fetta di mercato è anche il profilo di rischio del Paese, martoriato da conflitti e dal persistente ricorso all’estrazione illegale e minorile. Secondo l’agenzia di consulenza londinese, la progressiva inclusione degli indicatori Esg (environmental, social and governance) legati al commercio del cobalto potranno spingere a ulteriori disinvestimenti e a incentivi per soluzioni tecnologiche, eliminando l’utilizzo del metallo dalla produzione di batterie.

In questa direzione, Bruxelles ha approvato l’European Battery Innovation, un progetto da 2,9 miliardi di euro lo scorso 26 gennaio. L’obiettivo, oltre a quello di inserire i player europei nel ciclo innovativo della catena delle batterie elettriche nell’ottica di raggiungere l’autonomia strategica dai fornitori asiatici e americani, è anche quello di promuovere R&D per sganciare la produzione dal cobalto e dalla grafite. Uno passo importante per risolvere il trilemma dell’industria delle batterie tra sostenibilità, competitività e sovranità tecnologica.

(Foto: estrazioni di minerali a Goma, nella Repubblica democratica del Congo, Wikipedia)

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