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È dovuto persino intervenire il garante dei dati olandese per porre un freno alla disinformazione online, in vista delle elezioni nei Paesi Bassi. Lo scorso 21 ottobre, l’autorità ha chiesto ai cittadini di non formarsi un’idea su chi votare chiedendo ai chatbot in quanto questi forniscono una realtà “altamente distorta e polarizzata del panorama politico”. Agli elettori di sinistra, gli assistenti virtuali presentavano il partito GreenLeft-Labour come quello ideale, mentre a quelli di destra proponevano il Partito per la Libertà (Pvv) di estrema destra. Ma non è stato l’unico problema in questa tornata elettorale.

Da uno studio redatto dall’Università di Amsterdam e quella di Magonza è emerso che, su 20.000 post elettorali, più di 400 erano generati dall’intelligenza artificiale. Ad utilizzarla maggiormente è stato proprio il Pvv, con un quarto dei contenuti totali che sono stati pubblicati da account legati al partito di Geert Wilders. Non tutti rispondevano al vero. In uno di questi, ad esempio, il leader rosso-verde Frans Timmermans (per la cronaca: il suo partito è andato molto sotto le attese, tanto da rassegnare le dimissioni da segretario) veniva arrestato dalla polizia mentre in un altro post lo si vede raffigurato a fianco di una montagna di soldi. Niente di più falso, tanto che persino Wilders si è scusato con il suo avversario.

A scriverne è Politico, senza farne una questione prettamente olandese. Di recente si è votato anche in Irlanda, dove a vincere è stata Catherine Connolly. Forse a qualcuno sarà risultato strano, visto che aveva annunciato (falsamente) il suo ritiro prima del voto. “È con grande rammarico che annuncio il ritiro della mia candidatura e la fine della mia campagna”, affermava in un video. Peccato che fosse un deepfake, cancellato successivamente sia da Meta che da YouTube.

Il problema è piuttosto urgente. Secondo alcuni studi, solo una mimina parte delle persone riconoscere il vero dal falso quando gli vengono sottoposti dei contenuti realizzati con l’IA, soprattutto le persone più anziane che non hanno dimistichezza con la tecnologia.

La questione riapre il dibattito sulla regolamentazione in Europa. Non tanto quella su come i partiti politici debbano usare l’intelligenza artificiale per promuovere le loro proposte, su cui c’è poco da fare oltre a chiedere un utilizzo sano e responsabile – le etichette che segnalano un contenuto modificato sono state messe dalle varie piattaforme e non dalle forze politiche. Piuttosto, è la disinformazione in sé che deve essere frenata. Un esempio potrebbe arrivare dalla Danimarca, dove è stata adottata una legge che garantisce ai cittadini il copyright sul proprio corpo e sulla propria voce, così da rendere i deepfake un reato con multe pesanti per chi non rispetta la normativa. Dall’agosto del prossimo anno, i sistemi ad alto rischio dovranno seguire una serie di rigide linee guida che, inevitabilmente, riguarderanno anche le elezioni europee. Sempre più nel mirino dei protagonisti del sottobosco digitale.

fakenews

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