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Il caso della “famiglia nel bosco” – una coppia decide di ritirarsi con i figli in un ambiente isolato, lontano da istituzioni, reti sociali e meccanismi di controllo – offre un utile spazio di riflessione per tentare una lettura psicologica che superi la superficie cronicistica. Sarebbe fuorviante considerarlo un mero esperimento di vita alternativa; si tratta piuttosto di un dispositivo relazionale complesso, in cui dinamiche profonde, ruoli familiari e bisogni non elaborati si intrecciano fino a produrre un micro-sistema chiuso, autoreferenziale e potenzialmente disfunzionale.

Il primo elemento da chiarire è la funzione del bosco. Non è solo un luogo fisico: è un involucro psichico. La coppia lo investe di un significato quasi soteriologico, come se la natura potesse supplire a ciò che il loro potenziale di mentalizzazione fatica ad esprimere. Il ritiro non è un gesto di ribellione, ma di protezione: una barriera contro “un altrove” percepito come intrusivo, giudicante, minaccioso. Potrebbe trattarsi di un moto regressivo: un ritorno ad un habitat primario, ove la persona possa illudersi di dominare ogni variabile.

All’interno di questo scenario, i ruoli familiari si irrigidiscono. Il padre è in posizione di nomoteta: incaricato di definire ciò che è giusto, puro, lecito e ciò che non lo è. La madre, forse, si trova in una dimensione di mediazione, tuttavia senza reale potere trasformativo: un “contenitore emotivo” che assorbe tensioni, tuttavia priva di reale capacità elaborativa e propositiva. Quanto ai figli, essi sono i veri interpreti del clima familiare: cresciuti in un ambiente dove il confine tra protezione e controllo è labile, dove la supposta libertà è concessa solo entro un perimetro simbolico rigidamente tracciato.

Il terzo elemento da valutare è la chiusura verso l’esterno. Essa produce un effetto primario: l’autolegittimazione del gruppo familiare. Ogni scelta diviene necessaria, ogni dilemma un tradimento. È la logica del sistema chiuso: l’assenza di confronto impedisce la revisione critica delle proprie rappresentazioni interne. In tale prospettiva, il bosco non è più un rifugio bensì un amplificatore delle fragilità preesistenti.

Ciò che emerge è una struttura relazionale fondata su difese primitive: scissione, idealizzazione, proiezione. Il mondo esterno viene scisso come totalmente negativo; la vita nel bosco idealizzata come unica via possibile; le responsabilità proiettate su un “fuori” percepito come ostile. È un equilibrio instabile, che può reggere finché nessuno dei membri mette in discussione il mito fondativo della famiglia.

La svolta, il “turning point” familiare, come spesso accade, giunge quando un figlio inizia a percepire la distanza incomponibile tra narrazione endogruppale e realtà esterna. È il momento durante il quale il sistema comincia a mostrare le proprie crepe: la crescita psicologica dell’adolescente richiede differenziazione, e tale processo di separazione-individuazione è incompatibile con un contesto che vive l’autonomia del singolo come minaccia esistenziale.

Pertanto, il caso della “famiglia nel bosco” è paradigmatico sotto questo profilo. Non è la storia di un radicale modus vivendi alternativo, bensì il probabile racconto di un conflitto irrisolto verso la complessità mondana. Il ritiro, in questo senso, non è emancipazione, bensì difesa irrazionale; non è libertà originaria, ma paura travestita da scelta. E, come ogni costruzione sociale fondata sul timore, è infine destinata a collassare.

Il silenzio degli alberi. Psicologia e dinamiche delle “famiglie del bosco”

Di Francesco Gandolfi

Non è la storia di un radicale modus vivendi alternativo, bensì il probabile racconto di un conflitto irrisolto verso la complessità mondana. Il ritiro, in questo senso, non è emancipazione, bensì difesa irrazionale; non è libertà originaria, ma paura travestita da scelta. E, come ogni costruzione sociale fondata sul timore, è infine destinata a collassare. Il commento dello psicologo Francesco Gandolfi

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