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Non sappiamo se Allan Stewart Königsberg in arte Woody Allen andrà a festeggiare al Cremlino il suo novantesimo compleanno nel prossimo 30 novembre, considerata la vicendevole ammirazione tra il premio Oscar americano e l’inquilino del munifico palazzo zarista. Di sicuro lì lo aspettano a braccia aperte dopo le dichiarazioni affettuose regalate non solo al cinema russo e alla immensa cultura della Russia, che la stupidità politicamente corretta ha portato talvolta ad abiurare negli atenei europei, ma anche – e questa è la pietra dello scandalo – il suo governo, la sua way of life, e, implicitamente, l’invasione in Ucraina.

L’occasione, com’è noto, è stata offerta dall’invito rivolto al regista americano dalle istituzioni culturali russe in occasione del “Moscow International Film Week”, animato dal collega Fyodor Bondarchuk. Alle reazioni, peraltro attese, degli Ucraini, hanno fatto eco quelle di intellettuali europei, consapevoli del senso che può avere sul piano internazionale un endorsement di questa portata all’invasore, in un passaggio delicatissimo come quello che, dopo tre anni di guerra sfiancante e nell’incertissima prospettiva di negoziati, continua a rimandare indietro la prospettiva di pace, mentre lo stesso mediatore principale, l’americano Trump, si muove a corrente alternata dando spesso segni d’insofferenza nei confronti di Zelensky (e questo che viviamo è decisamente un momento di quelli down).

Certo desta scalpore l’uscita filoputiniana di Woody Allen, americano di origine ebrea, considerato da sempre un volto del radicalismo progressista statunitense, firmatario di appelli liberal e schierato dalla parte delle libertà. Ma, a ben riflettere, non è la prima volta che protagonisti del cinema hollywoodiano assumono posizioni poco comprensibili e non affatto compatibili con la condotta politica di una vita. Qualche anno fa lo storico David Wilkes, professore all’Università dell’Arkansas, scrisse un libro: “The moguls and the dictators: Hollywood and the coming of World War II”, in cui raccontava dei padroni delle major americane, come la Columbia, la MGM, la Warner, i cui nomi erano Harry Cohn, Louis Mayer, Sam Goldwyin, Jack e Harry Warner, peraltro tutti di origine ebraica, e del loro atteggiamento non certamente di chiusura nei confronti dei dittatori europei come Mussolini, Hitler e Franco, all’inizio degli anni ‘30.

Se si ricorda che Woody sta raggiungendo a grandi passi il traguardo di un’età in cui la preoccupazione del mantenere una coerenza politica decisamente non sembra più conservare il carattere della priorità assoluta, ecco che il prolasso affabulatorio trova il suo perché, anche se sembra non rappresentare un’esimente. L’esimente si considera solo se c’è un guasto nella trasmissione delle cellule neuronali dovuto a patologie gravi dell’età senile. Che è in sé una malattia come ricordava lo scrittore Publio Terenzio Afro (“Senectus ipsa est morbus”), ma non necessariamente degrada in rimbambimento.

Dunque concediamo al vecchio Woody una stonatura dovuta all’età, una specie di “plus dixit quam voluit” come dicevano i vecchi legulei. Forse ha esagerato un po’ nel voler rendere il giusto omaggio alla cinematografia russa, che certamente merita più della celebre gag di un nostro grande maestro di satira come Paolo Villaggio alle prese con la Corazzata Potëmkin di Sergej Michajlovič Ėjzenštejn, un lungometraggio muto con sottotitoli in italiano. Forse Woody riparerà nelle prossime ore, spiegando che lui è per la pace e per l’Ucraina libera. Comunque merita almeno un piccolo beneficio del dubbio, ricordando i suoi capolavori satirici sulla borghesia metropolitana d’America.

Almeno quel beneficio che riconosciamo a suoi colleghi di mestiere e di età, come Roman Polanski, immenso cineasta dal controverso vissuto passato in giudicato. Perché si sa: l’arte e l’artista non sempre si rispecchiano pienamente.

Phisikk du role - La gag stonata del vecchio Woody

Desta scalpore l’uscita filoputiniana di Woody Allen, americano di origine ebrea, considerato da sempre un volto del radicalismo progressista statunitense, firmatario di appelli liberal e schierato dalla parte delle libertà. Ma, a ben riflettere, non è la prima volta che protagonisti del cinema hollywoodiano assumono posizioni poco comprensibili e non affatto compatibili con la condotta politica di una vita

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