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Il mondo dell’energia ha chiesto, e non è la prima volta, al ministro dello Sviluppo economico Stefano Patuanelli un confronto su cosa intende fare il governo per un settore strategico per il nostro Paese. Sindacati del settore e Confindustria sollecitano alcune considerazioni che anche in questo caso non sono nuove per la maggior parte ma che confermano la propria urgenza, soprattutto alla luce della pandemia che sta ferendo in maniera profonda la nostra economia.

Alla base della richiesta di confronto c’è l’esigenza di capire quali saranno gli strumenti per gestire il cambiamento, che nello specifico va letto transizione energetica, che richiederà non solo risorse e investimenti adeguati ma soprattutto un piano… Ed è qui che la strategia del nostro Paese è bloccata da tre ostacoli, o trappole come le ho definite in divere occasioni, in una sorta di “dissociazione politica” – mi si passi il termine – che ci vede incapaci di una qualsiasi programmazione seria di un settore che non riguarda solo il funzionamento del sistema industriale e della nostra quotidianità, che comunque già basterebbe, ma anche la sicurezza nazionale.

La prima trappola è quella che ci imprigiona di fronte alla scelta fra difesa dell’ambiente e sostegno all’occupazione, come se fossero obiettivi antitetici che invece possono, anzi debbono coesistere. Siamo incapaci di liberarci da questa finta contrapposizione ideologica: è un conflitto inesistente ma viene alimentato ad arte e conduce a estremismi teorici quali l’opzione della decrescita felice come modello di sviluppo o la negazione dell’esistenza dei cambiamenti climatici.

La seconda trappola è non accettare il confronto, come richiesto da imprese e sindacati, le associazioni di rappresentanza viaggiano da tempo uniti su questo tema, o dai territori. Ne ho esperienza diretta perché queste istanze vengono sostenute proprio da Ravenna e dall’Emilia-Romagna dove esiste uno dei distretti di produzione energetica e dei relativi servizi più importanti d’Europa.

Considerato questo, si fa fatica a comprendere il comportamento del governo italiano, che appare prigioniero di un meccanismo di negazione: di fronte alle questioni legate all’energia o rigetta le proposte, con motivazioni che abbiamo più volte anche qui trattato con diversi articoli, o ancora più spesso non risponde proprio.
È incomprensibile, anzi è colpevole non rispondere ai propri cittadini che chiedono come sarà il proprio futuro, se potranno continuare nel lavoro a cui hanno dedicato tempo e intelligenza. Eppure è ciò che sta accadendo nel settore energetico.

Il 24 novembre i sindacati presenteranno alcune proposte per il futuro del settore, su come gestire la transizione energetica verso un futuro in cui si utilizzeranno solo fonti rinnovabili – ma non è un futuro così vicino, comunque – su quali tecnologie possono contribuire alla transizione stessa. Aggiungo che il governo non può tirarsi indietro dal confronto ma deve prendersi le proprie responsabilità, ancora di più se pensiamo che per i lavoratori e le imprese si è aggiunta una nuova enorme preoccupazione per il futuro costituita dagli effetti della pandemia.

Infine, la trappola più pericolosa è la mancanza di pianificazione. Lo sviluppo non nasce per caso e serve un’agenda di scelte, lavori, modalità, budget, investimenti e soggetti coinvolti nella transizione energetica e nella decarbonizzazione della società. La scelta, a mio parere unica, in grado di garantire difesa dell’ambiente e lavoro: una transizione energetica che, grazie all’utilizzo di un mix gas-rinnovabili, delle conoscenze specifiche e delle tecnologie utili a sostenerlo, ci permetterà di raggiungere un futuro, speriamo non lontano, in cui l’energia sarà prodotta solo da fonti pulite. Ma non ci arriveremo se non riusciremo prima a liberarci dalle trappole che ci stanno ingabbiando nell’inazione.

Transizione energetica, le trappole che imprigionano il governo

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