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Non crediamo possa esserci incubo peggiore, per i vertici dell’Uefa. Lo spettacolo andato in scena al Parco dei Principi è un abominio. Comunque lo si guardi.

Che si indaghi, si approfondisca e si conceda tutto lo spazio necessario a Sebastian Coltescu, per spiegare cosa gli sia passato per la testa, mentre seguiva da quarto uomo la sfida fra Paris Saint-Germain e Basaksehir.

I fatti sono fatti e quell’epiteto l’hanno sentito in troppi, per essere il frutto di un’allucinazione collettiva. Potremmo cominciare a discettare pensosi, se “negru” in rumeno abbia un’accezione più o meno dispregiativa che “negro” in italiano o “nigger” in inglese. Francamente, ce ne chiamiamo fuori. Il giochino di buttarla sull’equilibrio lessicale e sul senso locale delle parole lo conosciamo troppo bene per concederlo. Tanto meno a un arbitro non esattamente al di sopra di ogni sospetto. Coltescu non è nuovo a polemiche anche feroci, per le sue direzioni negli anni, che lo portarono anche a un intero girone di sospensione in patria, dopo un arbitraggio più che sospetto.

L’Uefa ha voluto ovunque, a cominciare dalle maglie dei calciatori, il suo “No al razzismo”. Lo ha preteso a caratteri cubitali, accompagnato da patinate campagne di comunicazione, che hanno coinvolto le star del pallone e anche dei fischietti. Ricordiamo bene Pierluigi Collina, coinvolto in prima persona.

È inammissibile e inconcepibile che un razzista arrivi a dirigere una partita di Champions League. Se verrà appurato che Coltescu ha pronunciato quella parola (dopo, pare, altre e ripetute ingiurie) in piena coscienza e per offendere, non potrà che sparire dai radar del calcio europeo. La radiazione immediata, peraltro, risulterebbe persino scontata, nel caso non ci fossero dubbi sull’intenzione razzista. Risulterebbe altresì intollerabile anche solo che in una quaterna arbitrale della manifestazione calcistica per i club più importante al mondo possa entrare una persona non abbastanza preparata. Non in grado di discernere cosa dire e soprattutto cosa pensare.

Coltescu, ora, fa la vittima e ha dichiarato a un quotidiano sportivo rumeno che chi lo conosce sa bene quanto non sia razzista. Aggiungendo di essersi dato un compito: evitare accuratamente di leggere giornali o social, che oggi grondano indignazione per il suo presunto comportamento. Anche questa non è nuova: il lupo travestito da agnello. Come nelle fiabe per bambini, solo che questa rischia di essere una triste realtà senza morale.

L’Uefa si sbrighi e senza sconti, perché si gioca direttamente la sua di faccia.

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Che si indaghi, si approfondisca e si conceda tutto lo spazio necessario a Sebastian Coltescu, per spiegare cosa gli sia passato per la testa, mentre seguiva da quarto uomo la sfida fra Paris Saint-Germain e Basaksehir. I fatti sono fatti e quell’epiteto l’hanno sentito in troppi, per essere il frutto di un’allucinazione collettiva. Il giochino di buttarla però sull’equilibrio lessicale e sul senso locale delle parole lo conosciamo troppo bene per concederlo

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