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C’era una volta la “terza via”. Oggi il Movimento Cinque Stelle non può più permettersela. Lo dicono i sondaggi, che di giorno in giorno spengono l’illusione di fare da “ago della bilancia” della politica italiana. Lo dicono gli Stati Uniti, dove è stato appena eletto un presidente, Joe Biden, fieramente democratico e buon amico di una parte del centrosinistra italiano. “Quell’opzione è svanita”, dice il politologo Massimiliano Panarari, mentre tramonta l’ultima, turbolenta giornata degli Stati generali grillini.

Panarari, siamo sicuri siano ancora “grillini”?

Pentastellati sì, grillini sempre meno. È stato un congresso con molte delle liturgie dei vecchi partiti. Gli hanno dato un altro nome per dargli un tono da Rivoluzione francese, ma un congresso resta. E segna un chiaro cambio di passo. Anzi, più di uno.

Iniziamo dal primo.

Beppe Grillo si ritrova di nuovo in una posizione ambigua. In questi mesi si è fatto lui garante dell’alleanza con il Pd e con Giuseppe Conte. Ora che è il partito a farla lui serve un po’ meno.

Scusi, ha detto partito?

È la verità. La trasformazione da movimento in partito è positiva. Prelude a quell’alleanza organica che tanti esponenti dem, da Bettini a Franceschini, hanno già teorizzato. Ma ha un prezzo. Se i prossimi risultati elettorali confermeranno il trend, il Movimento diventerà una costola di un polo politico egemonizzato dal Pd. Un processo di partitizzazione senza istituzionalizzazione. Questa è la loro vera, grande incompiuta.

Di Maio ha detto che la terza via è solo una posizione, non un’identità.

Curioso. Ricordo distintamente che in un’altra fase, quando resisteva all’idea di un accordo con il Pd e continuava a coltivare un rapporto preferenziale con la Lega, Di Maio sottolineava la centralità del Movimento e la sua spendibilità come terzo polo.

Quell’opzione oggi è sfumata?

Irrimediabilmente. Per essere terzo polo bisogna essere rilevanti e non residuali. Di Maio lo ha capito, il realismo è una delle sue migliori qualità. Sa che il Movimento non ha più la forza per fare da ago della bilancia.

Non tutti la pensano come lui. Stefano Buffagni ha tuonato: chi vuole fare la stampella del Pd, entri nel Pd.

Capirà presto che, se continua l’emorragia dei voti, non ci saranno molte altre opzioni. C’è una parte del gruppo dirigente che ha fatto del governismo il suo orizzonte politico, penso a Roberto Fico, e che da tempo vede nell’alleanza con il Pd un’opzione preferenziale.

Poi c’è Di Battista, che torna in campo e pone condizioni. Fra le altre, una legge elettorale che permetta al Movimento di presentarsi da solo alle prossime politiche.

Alle politiche, esatto. Non ha menzionato le elezioni locali, forse volutamente. L’unica legge elettorale adatta è quella proporzionale. Ma in questo caso non porterebbe nella direzione che lui auspica. L’emergenza ha accelerato la transizione verso un sistema politico bipolare. Con un proporzionale i Cinque Stelle sarebbero comunque una componente, sia pure solida, di un polo a guida zingarettiana.

Giuseppe Conte agli Stati generali ha parlato da vero grillino. Il premier è ostaggio o regista del Movimento?

È il grande dubbio che attanaglia tutti i premier apolidi, senza un partito. Un generale senza esercito rischia di finire ostaggio dei suoi colonnelli. Di certo non è più il Conte di marzo-aprile, quando il boom nei sondaggi fece nascere un brusio su un possibile partito del premier. Oggi è indebolito, e ha una sola priorità: rimanere a Palazzo Chigi. Senza il Movimento non può farcela.

Insomma, non è più “il riferimento dei progressisti”?

Da un pezzo. Qualcuno al Nazareno ha capito che Conte non è una pedina inamovibile. Presto potrebbe diventare perfino sacrificabile.

Di Maio torna da capo o da leader?

È sempre rimasto il capo. Oggi si riposiziona come leader di fatto. È una constatazione. “Nomine” sunt consequentia rerum, si potrebbe dire.

A proposito di Biden, ha detto che il Movimento deve risolvere alcune “ambiguità” in politica estera e che ha bisogno di una famiglia europea.

Tutto giusto, ma prima deve parlare con Di Battista. Il dibattistismo è un’enorme zavorra. Per carità, Di Maio sa di doversi far perdonare alcune scelte dubbie e flirt sbagliati. Però la tecnostruttura della Farnesina lo ha riportato sui giusti binari. Ci sono poi esponenti di primo piano del Movimento che hanno già intravisto quel percorso. Su tutti il presidente della Camera Fico, che, primo fra i grillini di peso, ha salutato con favore la presidenza Biden nell’intervista a Formiche.net.

Il Pd esce rafforzato dall’arrivo di “Joe”?

Il Pd sì. Conte molto meno. Lo dimostra quel ritardo con cui ha alzato la cornetta per congratularsi. Per il Movimento, che in Conte trova la sua massima espressione istituzionale, è un problema non da poco. Di Maio può colmare il gap.

Se Biden è la vera terza via dei Cinque Stelle. Parla Panarari

Basta con le illusioni: il Movimento Cinque Stelle non ha più la forza per fare l’ago della bilancia, con buona pace di Di Battista, spiega il politologo Massimiliano Panarari. Con Joe Biden alla Casa Bianca il polo con il Pd diventa una necessità. Di Maio lo ha capito (più di Conte)

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