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Negli ultimi mesi Donald Trump ha più volte dichiarato che avrebbe potuto sospendere la fornitura di armamenti all’Ucraina. Ora, invece, ha dato il via libera all’invio di nuove batterie di missili Patriot, il cui costo sarà però coperto dagli Alleati europei. L’Italia, a tal riguardo, ha già annunciato che non farà parte di questa ulteriore cordata. Airpress ne ha discusso con il professor Michele Nones, vice presidente dell’Istituto affari internazionali (Iai).

Professore, partiamo dalla decisione di Trump di inviare nuove batterie di missili Patriot all’Ucraina. Come si spiega questo cambio di passo?

La strategia di Trump nei confronti della Russia si è rivelata clamorosamente fallimentare. Prima delle elezioni aveva promesso che, una volta eletto, avrebbe risolto il conflitto in una settimana. Poi ha tentato — senza successo — di spostare la responsabilità della guerra su Zelensky o sull’Unione europea, tentando nel frattempo un approccio conciliante con Putin. Nessuna di queste mosse ha prodotto risultati. Anzi, mentre la Russia intensificava gli attacchi, coinvolgendo ampiamente obiettivi civili, l’amministrazione americana sembrava diminuire progressivamente il proprio sostegno all’Ucraina. Tuttavia, è evidente che Trump si sia reso conto dell’insostenibilità della sua posizione, dal momento che, da parte russa, è chiaro che non ci sia alcuna volontà di trattare. Da qui la decisione di inviare questi ulteriori sistemi di difesa aerea, che però non mi sembra un cambio di linea duraturo, piuttosto un altro tentativo di forzare la mano a Mosca.

Con una particolarità non da poco: gli armamenti saranno americani, ma pagati dagli Alleati europei…

Esatto, questa è la vera novità. In sostanza, l’Ucraina riceverà batterie Patriot prodotte negli Stati Uniti ma acquistate e finanziate dai Paesi europei. È il caso della Germania, che ne ha già in dotazione e che probabilmente ne cederà alcune. La Norvegia, invece, non li possiede, quindi dovrà comprarli, verosimilmente dagli stock americani o direttamente da Raytheon. Questi sistemi arriveranno velocemente: si tratterà di quelli già in produzione o quasi pronti per essere consegnati.

Ritiene che Trump punti a inaugurare un nuovo modello di sostegno?

Sì, è un cambio di prassi, e probabilmente è solo l’inizio. L’idea è: continuiamo a fornire armi americane, ma scaricando il costo sugli Alleati. Dal punto di vista statunitense, è una soluzione vantaggiosa. Ma potrebbe non essere negativa nemmeno per l’Europa, almeno nel breve termine.

In che senso?

Perché è vero che l’industria della difesa europea oggi non è in grado di rispondere da sola all’aumento della domanda. L’impegno a portare la spesa militare al 3,5% del Pil entro il 2035 è significativo, ma la capacità produttiva europea dovrà essere potenziata gradualmente. Nell’immediato, è inevitabile rivolgersi all’esterno, e quindi agli Stati Uniti. Purché — e questo è fondamentale — si scelgano bene gli acquisti, senza saturare il mercato europeo di prodotti americani che ostacolerebbero lo sviluppo di tecnologie comuni e programmi europei.

Quindi meglio comprare dagli Usa per aiutare Kyiv, che riempire i magazzini nazionali?

Assolutamente. Acquistare sistemi americani per sostenere l’Ucraina è una scelta tattica comprensibile. Farlo per equipaggiare direttamente le nostre Forze armate, invece, rischia di minare la comunalità dei sistemi d’arma in Europa, che sono già oggi troppo frammentati. A lungo termine sarebbe controproducente.

L’Italia, però, ha fatto sapere che non parteciperà a questa iniziativa. Come mai?

È un tema delicato. Nel nostro caso, la questione non è solo politica o economica, ma anche giuridica. Se si trattasse di cedere materiali già in dotazione, come fatto fino ad ora, non ci sarebbero problemi, dal momento che le norme vigenti lo consentono (altrimenti non avremmo potuto inviare quanto mandato finora). Ma acquistare ex novo armamenti all’estero per inviarli direttamente in Ucraina richiederebbe un’apposita legge. E con un Parlamento diviso e una parte della maggioranza già restia a proseguire l’aiuto militare, è difficile immaginare che il governo voglia affrontare questo tema. 

Questo rifiuto rischia di pesare nei rapporti con Washington?

Dipenderà da come verrà gestito il dossier complessivo. In ogni caso, il nodo delle forniture militari si riproporrà a breve anche nella discussione sulla riorganizzazione della difesa europea.

Arriviamo infatti al tema dell’obiettivo del 3,5% del Pil e alla sfida tra cooperazione e concorrenza industriale tra Europa e Stati Uniti. Cosa ci aspetta?

Il rapporto transatlantico, finora, ha saputo bilanciare competizione e collaborazione. Anche nei momenti in cui l’Europa ha promosso programmi autonomi, come nel caso dell’Eurofighter o delle Fremm, non si sono mai aperte fratture strategiche. Ma oggi il quadro è più instabile. Le improvvise accelerazioni, i cambi di linea di Trump e l’incertezza generale rendono più difficile mantenere quell’equilibrio. La vera sfida sarà riuscire a rafforzare l’autonomia europea senza compromettere l’unità e la coerenza dell’Alleanza Atlantica.

Aiuti a Kyiv, ecco perché l’Italia non acquisterà le armi americane. Parla Nones (Iai)

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