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La fase del riavvicinamento tra Usa e Russia promossa dal Presidente statunitense Donald Trump sembra essere un capitolo già volto alla conclusione. Dopo mesi di tentativi (infruttuosi) di cercare un’intesa con Mosca per trovare una soluzione negoziale al conflitto scoppiato nel febbraio del 2022, Washington sembra infatti decisa ad abbandonare la carota e ad impugnare il bastone.

Durante un meeting con il Segretario Generale della Nato Mark Rutte, il Presidente Trump ha infatti confermato pubblicamente l’iniziativa di rifornire l’Ucraina con sistemi d’arma di produzione americana, che saranno formalmente acquistati dai Paesi europei che poi li invieranno all’Ucraina (compresi i missili contraerei Patriot che per Kyiv sono fondamentali per mantenere sicuri i propri cieli), aggiungendo che se entro cinquanta giorni il Cremlino non avesse raggiunto un accordo sulla tregua, gli Stati Uniti avrebbero imposto “tariffe secondarie” (ovvero di dazi che andrebbero a colpire Paesi terzi che mantengono rapporti commerciali Mosca, così da minare i commerci russi con il resto del mondo) al 100%. La risposta è arrivata da Dmitry Medvedev, vicepresidente del Consiglio di sicurezza russo ed ex-presidente della Federazione, che ha classificato la dichiarazione di Trump un “Ultimatum teatrale al Cremlino… Alla Russia non importa”, ha scritto Medvedev su X.

Ma questo è solo quello che è stato affermato in pubblico. Secondo quanto affermato da alcune fonti contattate dal Financial Times, durante la conversazione telefonica con il Presidente ucraino Volodymyr Zelensky che ha avuto luogo lo scorso 4 luglio (poche ore dopo quella avuta con il presidente russo Vladimir Putin, dal quale lo stesso Tycoon si era definito “deluso”), Trump avrebbe chiesto al suo interlocutore se l’Ucraina fosse in grado di colpire obiettivi militari e civili siti in profondità nel territorio russo, qualora gli fossero state fornite armi in grado di farlo. “Volodymyr, puoi colpire Mosca? … Puoi colpire anche San Pietroburgo?”, avrebbe chiesto Trump, a cui Zelensky avrebbe risposto: “Assolutamente sì. Possiamo farlo se ci date le armi”. Secondo quanto riferito a Ft dalle fonti a conoscenza della questione, Trump avrebbe manifestato il suo appoggio all’idea, descrivendo la strategia come destinata “far sentire il dolore” alla Russia, così da costringere il Cremlino al tavolo dei negoziati. Il colloquio tra Trump e Zelensky avrebbe portato alla condivisione da parte degli Stati Uniti di una lista di potenziali armi con il presidente ucraino durante la Conferenza per la Ricostruzione svoltasi a Roma la scorsa settimana.

Dal canto suo, Putin non sembra affatto intenzionato a cedere alle pressioni esterne, anzi. Reuters riporta il commento di alcune fonti interne al Cremlino, secondo le quali Putin ritiene che l’economia e le forze armate russe siano abbastanza forti da resistere a eventuali misure aggiuntive dell’Occidente. “Putin pensa che nessuno si sia impegnato seriamente con lui sui dettagli della pace in Ucraina – compresi gli americani – quindi continuerà fino a quando non otterrà ciò che vuole”, ha riferito una delle fonti. Reuters riporta anche alcune parole di una delle persone in questione sul fatto che “La Russia agirà in base alla debolezza dell’Ucraina”, e che Mosca potrebbe fermare la sua offensiva dopo aver conquistato le quattro regioni orientali dell’Ucraina se incontra una forte resistenza, ma che in caso contrario “ci sarà una conquista ancora maggiore (degli oblasti ndr) di Dnipropetrovsk, Sumy e Kharkiv”.

Parole, queste ultime, che sembrano suggerire che il rifornimento di armi a Kyiv potrebbe rivelarsi la scelta più giusta per gli attori occidentali coinvolti. Stati Uniti in primis.

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