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Giocare a carte scoperte per combattere l’illegalità. Sono tempi difficili per l’Italia e le sue industrie, dove l’incertezza sul futuro si somma agli errori commessi dalla politica, prima e durante la pandemia. Inevitabile che anche il gioco legale, un pezzo del nostro Pil che ogni anno garantisce allo Stato non meno di 11 miliardi di entrate erariali, possa pagare un prezzo, soprattutto in termini di percezione da parte dell’opinione pubblica. Peccato, perché a giocare legalmente e con regole certe e poco ballerine, ci si guadagna un po’ tutti: le aziende investono, lo Stato incassa, il crimine ci rimette e i giocatori hanno la possibilità di scrollarsi quell’alone di sospetto e pre-giudizio che ha davvero poche fondamenta.

Di questo e molto altro si è parlato nel corso della tavola rotonda organizzata da Formiche.net  Il gioco buono, un alleato contro l’illegalità, al quale hanno preso parte, tra gli altri, il sottosegretario all’Economia, Pier Paolo BarettaGiuliano Frosini, senior vicepresident Institutional Relations, Public Affairs and Media Communication di Lottomatica, Alessandro Canali, dirigente presso l’ufficio del vicedirettore dell’Agenzia dei monopoli e alcuni parlamentari. Tutti moderati dal direttore editoriale di Formiche.net, Roberto Arditti. Nel corso dell’evento è stata presentata poi la ricerca Da grandi si gioca, curata da Riccardo Grassi, direttore di ricerca per Swg. E proprio i risultati della ricerca hanno dato il là ai lavori.

UN’IMMAGINE SBAGLIATA

“I giocatori hanno espresso una chiara e precisa richiesta, riscattare la purezza e la libertà associate al concetto di gioco attraverso una combinazione di azioni di controllo rispetto agli aspetti più negativi e critici (dipendenza, illegalità) e di azioni di alleggerimento che consentano di assaporare meglio il piacere della vincita e di non essere percepiti come soggetti malati o associati a condizioni di marginalità sociale”, si legge nella ricerca Swg curata da Grassi.

“Ciò che appare importante, per gli stessi giocatori, è riabilitare la propria immagine attraverso una narrazione che metta al centro il giocatore e non il denaro. Questo perché, come dimostrano le rilevazioni dell’indagine, quando viene introdotto l’elemento del denaro si incorre in un bias cognitivo che restituisce un’immagine distonica e sovra-rappresentata del gioco e del giocatore”. E dunque, è il messaggio di fondo di Grassi, il 50% degli intervistati considera i giocatori persone che sprecano
denaro e solo il 12%  tende a considerare gli stessi persone normali: “dalla prospettiva dei soggetti intervistati emerge un evidente problema di dis-percezione sia del gioco che della ludopatia (erroneamente percepita come la terza dipendenza più diffusa a livello nazionale). Questo processo condiziona inevitabilmente l’attribuzione delle responsabilità tra i diversi attori coinvolti: il giocatore, lo Stato e i Concessionari. In linea generale, l’impressione è che le azioni concrete di contrasto
siano minime e che rimangano bloccate dall’ambivalenza di fondo dello Stato”.

TRA REPUTAZIONE E INVESTIMENTI

Il tema della reputazione e della percezione del gioco è stato al centro anche delle riflessioni di Frosini, manager ai vertici di Lottomatica. “Il settore dei giochi è in questo momento alle prese con una opinione pubblica negativa. Non lo scopriamo certo oggi. Ma proprio qui sta il punto. Parliamo di un settore che negli ultimi anni ha affrontato enormi processi di legalizzazione e di contrasto al gioco illegale”, ha spiegato Frosini. “Oggi siamo più che mai convinti di voler tener ben salta la barra sulla regolazione e sulla legalità. Però serve uno sforzo collaterale da parte della politica”.

Frosini ha fatto esplicito riferimento alla cronica incertezza regolatoria del settore, vero e proprio freno a mano per gli investimenti. “Il comparto del gioco è uno dei pochissimi settori, forse l’unico, in cui il governo non ha mai impugnato le leggi regionali. Questo crea incertezza perché così ogni regione fa come vuole e le aziende si ritrovano nella difficoltà di pianificare i propri investimenti”. Poi, una proposta, per condividere e compartecipare agli incassi da gioco. “Una forma di compartecipazione al gettito da parte degli enti locali, che potrebbe anche dare loro un po’ di responsabilità nel momento di prendere delle decisioni che coinvolgerebbero anche le entrate regionali. Anche perché, continuando così, chiunque può mettere in discussione la riserva statale e, di fatto, fa politiche sulla pelle del governo centrale”.

QUI SERVE UNA RIFORMA

Al netto del capitolo reputazionale, l’altra grande battaglia del gioco, è la riforma del settore. E su questo il sottosegretario Baretta ha indicato una timeline piuttosto precisa. “Partiamo dal presupposto che il conflitto sul gioco non ha trovato una quadratura finora. Ma, se vogliamo oggi con efficacia porci il problema di un assetto sul gioco dobbiamo fare uno sforzo per avere una strategia condivisa. Ed ecco che allora noi dobbiamo impegnare tutto il 2021 in un’operazione di riassetto complessivo, ovvero una riforma profonda del settore che dia un nuovo quadro normativo, per poi spostare nel 2022 le nuove gare e i nuovi bandi”.

Secondo Baretta insomma, “occorre stabilire una tempistica quanto prima, che parta dal quadro normativo poi arrivare alla riorganizzazione del territorio. L’essenza di questa strategia condivisa è quella di provare a considerare il gioco come una condizione normale della vita delle persone. Questa è l’altra sfida, il cui inizio è la lotta all’illegalità alle patologie e alla compulsività”.

UN TESTO UNICO PER IL GIOCO

La riforma  del settore è un tema caro anche ai monopoli, che hanno sollecitato l’approvazione di un Testo unico per i giochi. “In mancanza di un quadro di riferimento concreto e in mancanza di un omogeneizzazione dei regolamenti regionali è impossibile fare le gare. Come ente regolatore, abbiamo chiesto al Mef e alla Ragioneria dello Stato almeno 24 mesi di tempo per poter impostare le gare, e di togliere dal bilancio le entrate che erano previste”, ha spiegato Canali, per il quale “è necessaria una riprogrammazione e revisione del mondo dei giochi a seguito del Covid. Il settore è tra i più penalizzati, in questo momento, dai provvedimenti di limitazione. Serve dare un orizzonte pluriennale e mantenere i livelli occupazionali in condizioni di sostenibilità, perché con l’attuale selva normativa di provvedimenti normativi che si sovrappongono, è impossibile programmare e investire”. Per questo “è necessario un provvedimento omogeneo che regolamenti in modo organico e coerente il settore: è di fondamentale importanza implementare la lotta al gioco illegale”.

IL PARERE DEI PARLAMENTARI

Secondo il deputato del Gruppo Misto, Raffaele Trano, “il settore dei giochi è tra i più colpiti dalla pandemia – lo dimostra anche il fatto che le sale sono state tra li ultime attività a riaprire dopo il primo lockdown – e lo stop ha portato a 5 miliardi di perdite di entrate erariali, mettendo a rischio 150mila lavoratori che operano nel settore. Il governo faccia chiarezza sulla linea da seguire per questo settore, superando l’approccio ideologico e prevedendo il riordino normativo in un unico testo: bisogna dare tranquillità agli imprenditori, altrimenti l’alternativa è il gioco illegale”.

Ancora, “il settore del gioco determina il 3% delle entrate del bilancio dello stato e rappresenta 150mila occupati e per questo è necessario un percorso di definizione di un quadro complessivo del gioco, che dovrà prevedere però meccanismi diversi, evitando sovrapposizioni con le legislazioni regionali”, ha detto il senatore di Forza Italia Gilberto Pichetto Fratin. “Molte Regioni hanno legiferato sulle distanze minime dai luoghi sensibili: quello che non è accettabile è la retroattività – in alcuni casi – del distanziometro”.

Secondo Domenico Faggiani, Responsabile Tavolo nazionale problematiche del gioco di Anci infine, “proibire non serve, occorre cercare le condizioni affinché le persone possano giocare senza farsi del male. Il tema del riordino di tutta la materia è quindi fondamentale. Speriamo questa sia la volta buona. Serve più coordinamento sul tema dei controlli, è necessaria anche un’armonizzazione delle normative a livello europeo. Servono poi più risorse per gli enti locali, se si recuperano fondi dal gioco illegale questi vanno destinati almeno in parte alla lotta alle dipendenze e a sostegno dei Comuni. Bisognerà affrontare anche il tema della prevenzione. Occorre un codice del gioco che riordini e riqualifichi il settore e dia certezze agli operatori”.

Anche la senatrice dell’Udc, Paola Binetti, ha detto la sua. “Ho sempre letto il tema del gioco in ottica patologica, ma è chiaro che non è questa l’unica chiave. Serve comunque attenzione controllata e selettiva. La nostra attenzione è sulla compulsività del gioco. Per questo si possono attuare diverse misure. Altro aspetto importante è la moltiplicazione dei punti di gioco, bisogna contingentare i tempi di gioco in spazi e tempi appositi. L’offerta attuale va decisamente al di sopra di quella che è un’offerta normale. Ci deve essere il piacere di giocare, ma senza esagerare, noi combattiamo quello che abbiamo letto come un atteggiamento di chi ha trattato questo tema in modo ossessivo, con eccessiva offerta di gioco. In tempo di impoverimento generale, noia generale, disoccupazione generale bisogna evitare che le persone cadano nella trappola del gioco”.

“Condivido l’approccio con cui oggi si presentano questi dati e l’importanza economica del settore. Siamo arrivati dopo anni di trattative a un’intesa sul gioco d’azzardo. Oggi si registra il coinvolgimento di tutti i livelli istituzionali, quindi si può incidere su questo delicato tema. Come sindaci abbiamo ottenuto quello che volevamo. Abbiamo aumentato la sicurezza nei punti gioco. Sta a noi tutti rispettare le norme e seminare un’idea di gioco nuova, divertente, ma anche innovativa. Se si può affrontare questo tema noi ci siamo”, ha infine chiarito il vicepresidente vicario dell’Anci, Roberto Pella.

 

Perché il gioco buono è un alleato (ma serve una riforma)

Il gioco legale è un asset da tutelare che garantisce non meno di 11 miliardi di entrate allo Stato. Ma per farlo serve lavorare sulla reputazione e, soprattutto, una riforma organica del settore. Spunti e riflessioni emerse dalla tavola rotonda organizzata da Formiche.net con Baretta, Canali, Grassi e Frosini

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