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Il 21 Novembre, proprio mentre i parlamentari (e non solo) dovrebbero studiare con attenzione il disegno di legge (Ddl) di Bilancio per il 2021, l’Osservatorio per i Conti Pubblici Italiani (Osci) dell’Università Cattolica ha diffuso un interessante studio di Giampaolo Galli e Francesco Tucci. Ad una lettura veloce, il lavoro sembra non avere attinenza con il Ddl ma ad una riflessione più attenta ci si accorge che ne colpisce uno degli aspetti nodali.

Riassumiamo, in primo luogo, i punti salienti del lavoro. Negli ultimi anni il valore aggiunto reale del settore “amministrazione pubblica e difesa, assicurazione sociale obbligatoria, istruzione, sanità e assistenza sociale”( Pa), misurato dall’Istat, è sceso in misura consistente: -5,7 per cento fra il 2010 e il 2019. La diminuzione non è dovuta al fattore lavoro, dato che nel periodo i livelli occupazionali sono leggermente aumentati, per effetto di un aumento nel settore della sanità e di una riduzione nel settore della Pubblica amministrazione in senso stretto. La produttività del lavoro è scesa del 6,3 per cento.

Questi andamenti possono apparire strani e sono comunque difficili da spiegare. L’Osci si chiede quali conseguenze macroeconomiche ne possano discendere e conclude che il valore aggiunto complessivo dell’economia e dunque il Pil sarebbero stati solo marginalmente diversi se la produttività della Pa, anziché declinare, fosse rimasta costante al valore del 2010. In secondo luogo formula alcune ipotesi sulle ragioni del calo del valore aggiunto reale e della produttività della Pa. In sostanza, la caduta del valore aggiunto è dovuta principalmente al comparto dei servizi collettivi, mentre quella della produttività è dovuta quasi interamente al comparto della sanità. Le considerazioni tecniche che emergono dall’analisi suggeriscono che per l’Istat, così come per gli istituti di statistica degli altri Paesi e per la comunità scientifica, vi siano ampi margini per indagare sulle reali dinamiche del valore aggiunto reale e della produttività nella Pubblica amministrazione.

In particolare, non è chiaro se l’Istat, analogamente agli istituti degli altri Paesi, riesca a misurare l’aumento di produttività e riduzione di sprechi che può accompagnare un calo degli addetti, quale quello che si è registrato negli ultimi anni nel comparto della Pa in senso stretto. Per quanto riguarda la sanità, è probabile che non si riescano a misurare adeguatamente i miglioramenti qualitativi dovuti principalmente al progresso scientifico e tecnologico che ha caratterizzato il settore negli ultimi anni.

A questi interrogativi, se ne aggiunge uno cruciale relativo ad un Ddl che espande alla grande la Pa, tramite aumenti degli organici od assunzioni mirate per comparti specifici e soprattutto la sua incidenza sull’economia tramite società “in house” ed interventi di aziende a controllo pubblico, come Invitalia e la Cassa depositi e prestiti, un po’ in tutti i settori. Escludendo la sanità di cui la pandemia ha fatto toccare a tutti con mano l’insufficienza di personale (e la cui produttività non può essere misurata agevolmente in una fase di rapido sviluppo tecnologico), non sarebbe opportuna una riorganizzazione (fatta da mani esperte) della Pa prima della sua espansione e della sua maggiore incidenza sull’economia?

Sorprende che tale interrogativo non sia stato sollevato dagli imprenditori dell’industria, del commercio e dell’agricoltura nella loro interazione con il governo durante la preparazione del Ddl. Si deve amaramente concludere che – come sottolineato in libri recenti di Pierluigi Ciocca e Salvatore Zecchini – che l’imprenditoria italiana ha perso il vigore e l’inventiva che la ha caratterizzata per anni?

Settore pubblico e legge di Bilancio. Cosa serve (prima)

L’Osservatorio per i Conti Pubblici Italiani (Osci) dell’Università Cattolica ha diffuso un interessante studio di Giampaolo Galli e Francesco Tucci. Il prof. Giuseppe Pennisi ne analizza i punti principali che mettono in evidenza come la riorganizzazione della Pa incide sull’economia

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