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Dire no a Israele significa fare un regalo alla Russia: così la guerra a Gaza sta cambiando le politiche energetiche dei Paesi limitrofi. L’interruzione delle riflessioni sul gasdotto Eastmed, le tensioni con i soggetti esclusi come Ankara, la partita delle zone economiche esclusive che toccano gli interessi di Libia, Grecia, Turchia sono tutti elementi che vanno letti in filigrana rispetto all’attacco di Hamas del 7 ottobre e alla risposta di Israele, senza dimenticare la guerra in Ucraina, perché toccano le strategie dei Paesi mediterranei (e non solo) nei prossimi cinque lustri. Un ircocervo di alleanze e nessi causali che, inoltre, va messo in relazione ai grandi cambiamenti che si determineranno una volta che le armi lasceranno spazio alla diplomazia e alla fase post conflitto, dove sarà tremendamente utile arrivare già con le idee chiare circa le politiche energetiche.

Qui Egitto

Punto di partenza è la postura del governo di Al-Sisi. L’Egitto cerca alternative al gas israeliano e si rivolge a Russia, Turchia e Qatar per garantire la propria sicurezza energetica. La Banca Mondiale prevede un calo del 17% nei prezzi globali dell’energia quest’anno e un ulteriore 6% entro il 2026. Il crollo della produzione interna egiziana di gas ha fatto sì che negli ultimi tre anni il Paese dipendesse sempre di più da Tel Aviv. Va ricordato che Israele ed Egitto sono legate da una relazione energetica nata nel 2020, quando sono state avviate le esportazioni di gas israeliano dai giacimenti offshore di Leviathan e Tamar, nel Mediterraneo orientale, area caratterizzata da una massiccia presenza di gas: è il punto strategico di mille analisi che sono state fatte nel recente passato, perché tocca il futuro stesso del tema energetico nel mare nostrum. Leviathan è in assoluto una delle aree più ricche di gas naturale del mondo: di fatto Israele è una potenza energetica regionale. Si chiama EMG (Eastern Mediterranean Gas Pipeline) l’infrastruttura strategica che collega i due Paesi. Ma se l’Egitto proseguisse su questa strada, aumenterebbe al contempo le preoccupazioni americane sul possibile riavvicinamento a big player come Cina e Russia.

Mosca chiama Il Cairo

Questo l’elemento che preoccupa le cancellerie europee, perché se è vero che l’Egitto è in trattative con la Russia per la realizzazione di terminali di gas naturale liquefatto sul territorio egiziano, davvero si rischierebbe di far rientrare Mosca nella partita energetica, nonostante tutto il lavoro fatto dall’invasione dell’Ucraina in poi per sganciarsi dalla dipendenza russa alla voce energia. Tra l’altro Egitto e Russia hanno appena raggiunto un accordo intergovernativo con la società russa Atomstroyexport (sulla scorta di quello firmato tra Erdogan e Putin) per la costruzione di una o più centrali nucleari in Egitto, la prima a El Dabaa, che sarà ultimata tra cinque anni.

Ma non è tutto, perché l’Egitto ha detto sì a nuovi accordi di esplorazione petrolifera con la russa Lukoil che ha già in tasca un lasciapassare per i prossimi 20 anni. Il player del Cremlino opera in partnership con la South Valley Egyptian Petroleum Holding Company, nella regione di South Wadi El-Sahl, nel Deserto Orientale. Un secondo accordo consente a Lukoil Egypt Limited, insieme alla Egyptian General Petroleum Corporation, per l’area di Wadi El-Sahl.

Tutti elementi che verranno coagulati politicamente il prossimo 15 ottobre, quando si celebrerà la Settimana russa dell’energia (REW), in cui verrà siglato l’ampliamento della cooperazione energetica con i partner egiziani all’interno di vari incontri one to one con i rappresentanti di Africa, Asean e Brics, in cui verranno discussi scenari specifici e che saranno oggetto di riflessione anche in Ue circa l’agenda energetica europea e italiana.

Le decisioni dell’Opec+

A questo ragionamento va aggiunto l’elemento del petrolio. I membri dell’Opec+ hanno deciso di aumentare la produzione di 547 mila barili al giorno di petrolio a partire dal prossimo settembre, “alla luce delle prospettive economiche globali stabili e degli attuali fondamentali di mercato solidi, come dimostrano le scorte petrolifere ridotte”. Una scelta che segue la direzione di marcia imboccata lo scorso dicembre per tornare agli adeguamenti volontari di 2,2 milioni di barili al giorno a partire dallo scorso aprile. Per cui gli otto Paesi partecipanti ovvero Arabia Saudita, Russia, Iraq, Emirati Arabi Uniti, Kuwait, Kazakhstan, Algeria e Oman, adegueranno la produzione di 547 mila barili al giorno nel settembre 2025 e si riuniranno nuovamente il 7 settembre per aggiornarsi sulla situazione.

Energia e guerra. Ecco perché il no al gas israeliano potrebbe aiutare la Russia

Se l’Egitto proseguisse sulla strada del no al gas israeliano, aumenterebbe al contempo le preoccupazioni americane sul possibile riavvicinamento a big player come Cina e Russia. Questo elemento riguarda anche le cancellerie europee, perché se è vero che Il Cairo è in trattative con Mosca per la realizzazione di terminali di gas naturale liquefatto sul territorio egiziano, davvero si rischierebbe di far rientrare quest’ultima nella partita energetica

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