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Era solo una questione di tempo. Infatti, come anticipato da fonti semi-ufficiali nelle settimane scorse, il dipartimento del Commercio – sotto pressione del Pentagono – ha ufficialmente inserito la compagnia cinese Semiconductor Manufacturing International Corporation (Smic) nella black-list.

L’agenzia federale, principale esecutrice dell’attuale strategia di decoupling tra i due giganti tecnologici orchestrata dall’amministrazione Trump, ha inviato una lettera nella giornata di venerdì all’azienda con sede a Shanghai facendo presente il rischio di essere strumentalizzata dall’Esercito popolare di liberazione.

Un’accusa che già due settimane fa, con le prime avvisaglie trapelate da alcuni funzionari della Difesa, aveva sconcertato non poco i vertici della società cinese, dichiarandosi estranei a ogni tipo di influenze dell’apparato militare. Quella del civil-military fusion nell’ecosistema tecnologico cinese rappresenta uno dei vettori cruciali dell’attuale irrigidimento delle relazioni tra Stati Uniti e Cina e la fonte di principale preoccupazione a Washington. “La compagnia non detiene alcuna relazione con l’esercito cinese e non fabbrica alcun prodotto che abbia finalità militari”, ha commentato un portavoce di Smic sulle pagine del Wall Street Journal.

Tuttavia, il dipartimento del Commercio ha puntualizzato come il Bureau of Industry and Security, l’agenzia che si occupa nello specifico di scrutinare e controllare le esportazioni, “sia costantemente impegnato a monitorare qualsiasi minaccia potenziale alla sicurezza nazionale e agli interessi di politica estera americani” allo scopo di prendere “azioni appropriate”.

Di conseguenza, come da protocollo ormai consolidato, alle aziende americane in partnership commerciale con Smic verrà richiesta una licenza speciale per proseguire l’esportazione di tecnologia americana sensibile, cruciale per la fabbricazione di semiconduttori. La mossa rappresenta un colpo basso significativo per gli sforzi cinesi di costruire una supply chain integrata nell’industria dei semiconduttori, settore che ha registrato negli ultimi mesi un forte consolidamento dell’asse Usa-Taiwan, rispettivamente nel software e nell’hardware, come raccontato da Formiche.net.

Infatti, le aziende americane (e non) esportano principalmente l’equipaggiamento per la fabbricazione dei microchip, da cui dipende fortemente il business di Smic: nello specifico si tratta dell’ultraviolet lithography (EUV), tecnologia avanzatissima fornita anche dalla compagnia olandese ASML Holding — tra l’altro entrata nel mirino dell’amministrazione Trump già lo scorso gennaio ed esclusa dalla concessione delle licenze — e responsabile del più dell’11% di spesa sul capitale di SMIC secondo i dati Bloomberg.

Smic, che con il supporto di entità governative è al centro dei piani della Cina di diventare autonoma nel settore dei microchip, è tra l’altro la principale rifornitrice di Huawei, con oltre il 18% delle entrate totali, oltre a rappresentare l’unica a produrre semiconduttori da 10 nanometri, comunque scontando un netto ritardo (3-5 anni) rispetto ai competitor come Tsmc, Intel e Samsung. Si tratta di una vulnerabilità diventata l’oggetto del restringimento di un mercato tra i più integrati al mondo e sempre più in balia delle tensioni tra USA e Cina e della campagna contro Huawei. Anche Standard&Poor aveva ipotizzato in questo scenario i possibili danni commerciali al colosso delle telecomunicazioni, dal momento che Tsmc ha cessato di vendere, sulla scia dei provvedimenti statunitensi, i microchip da 7 nanometri a partire dal 14 settembre.

Il successo complessivo di questa iniziativa dipenderà molto dalle modalità con cui le agenzie federali americane decideranno di implementarla, e soprattutto a quali aziende fornitrici di SMIC verranno garantite le licenze. Secondo Paul Triolo, analista di Eurasia Group raggiunto dal Financial Times, “nel peggiore degli scenari, Smic verrà tagliata fuori completamente, il che inficerebbe drammaticamente sulle capacità della Cina di produrre microchip”.

Ma gli effetti, in un mercato così interdipendente, non tarderebbero a ripercuotersi anche sulle compagnie americane. Come profetizzava un esaustivo studio stilato da Eurasia Group all’inizio di settembre, l’esclusione di Smic dal paniere dei partner commerciali “diminuirebbe le rendite delle compagnie che fabbricano il semiconductor manufacturing equipment e che riforniscono quelle cinesi, fiaccando i fondi disponibili per essere reinvestiti in ricerca e sviluppo necessari per sviluppare ulteriori generazioni di semiconduttori e del relativo equipaggiamento per fabbricarli”. E la Cina, in questo scenario, non potrebbe che percepire questa mossa di “tagliare la fornitura di tecnologia avanzata al suo campione dei microchip come un escalation concreta nel conflitto tecnologico sino-americano”.

Se da una parte l’amministrazione americana sembrerebbe volersi tutelare promuovendo, sulla spinta del decoupling, un’industria domestica più integrata con pesanti finanziamenti federali e del Pentagono, sembra difficile prevedere uno scenario simile per la Cina, stante l’asimmetria esistente in termini di capacità tecnologica in tutta la catena del valore nonostante i medesimi investimenti previsti dal governo cinese per colmare il gap.

Guerra dei microchip. Così gli Stati Uniti battono un (altro) colpo contro la Cina

Era solo una questione di tempo. Infatti, come anticipato da fonti semi-ufficiali nelle settimane scorse, il dipartimento del Commercio – sotto pressione del Pentagono – ha ufficialmente inserito la compagnia cinese Semiconductor Manufacturing International Corporation (Smic) nella black-list. L’agenzia federale, principale esecutrice dell’attuale strategia di decoupling tra i due giganti tecnologici orchestrata dall’amministrazione Trump, ha inviato una lettera nella giornata…

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