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C’è un paradosso della politica che, in democrazia, non va eliminato ma vissuto come tale. Potremmo definirlo così: le leggi elettorali le fanno i partiti in base ai loro interessi specifici e in base alle maggioranze presenti in Parlamento, ma non sempre la legge elettorale migliore è quella che viene fuori da questi equilibri. La convergenza fra gli interessi particolari e l’interesse generale, detto altrimenti, non sempre si realizza. Non che esista una legge elettorale “ideale”, ma sicuramente esiste un modello, o più di un modello, che in una specifica situazione storica è preferibile agli altri.

Una cosa a me sembra evidente: oggi un sistema proporzionale, come quello che sembrerebbe delinearsi perché voluto dalle forze di maggioranza, e soprattutto dal Pd (che lo ha posto come condizione per far passare la riforma costituzionale sul taglio dei parlamentari), non farà che peggiorare la frammentazione della rappresentanza che è oggi in Italia espressione di un Paese profondamente diviso. Come ha sottolineato il vicesegretario della Lega, Giancarlo Giorgetti, “il proporzionale contiene tutti gli elementi più negativi e deleteri per un Paese a cui invece occorrerebbero stabilità, governi certi”. E non si può certo seguire una strada che condanna il Paese all’impotenza per paura di Salvini”.

Fatto sta che in Commissione Affari costituzionali giace, in ogni caso, da gennaio una proposta, sottoscritta da tutta la maggioranza, che appunto prevede un maggioritario temperato da una soglia di sbarramento al 5% e da un simbolico diritto di tribuna per le forze di minoranza: è il cosiddetto Germanicum o Brescellum, dal nome del deputato piddino primo firmatario Giuseppe Brescia.

Un sistema che andrebbe a sostituire quello ibrido o misto, per due terzi proporzionale e per un terzo maggioritario, che è attualmente in vigore: il cosiddetto rosatellum, perché proposto da Ettore Rosato del Pd ma oggi di Italia Viva. Il nuovo provvedimento, che avrebbe dovuto andare ora in aula, sembra che possa slittare addirittura a gennaio. E, soprattutto, molte voci presenti nella maggioranza stanno rimettendo tutto in discussione. A cominciare da Italia Viva, la quale è determinante con i suoi voti per far passare la legge ma che teme sempre più di non poter raggiungere nemmeno una eventuale soglia di sbarramento più bassa di quella stabilita. Sono perciò, i renziani a frenare, mentre i grillini, che hanno ottenuto quanto volevano con il taglio dei parlamentari, continuano a non mostrare particolare interesse e ardore nemmeno per questo provvedimento a cui tiene invece l’alquanto bistrattato partner di governo.

Italia Viva, in ogni caso, frena con una motivazione che astrattamente è ineccepibile, ma concretamente equivale a uno stallo e a un danno d’immagine non indifferente per Nicola Zingaretti e per il suo partito. Il deputato renziano Marco di Maio, ad esempio, ha chiesto di inserire il tutto in un disegno più ampio, “organico, di cui la legge elettorale dovrà essere la conseguenza e non la premessa. La regola è costruire prima l’assetto costituzionale del Paese”. Vasto programma! Sicuramente poco realistico per una maggioranza le cui spinte centrifughe non sono certo finite dopo il parziale successo elettorale di domenica scorsa. A questo punto, è poi pure difficile riprendere il vecchio gioco di cercare una sponda in Forza Italia, che anche per questa parte si è ormai riallineata alle due forze maggiori del centrodestra, che sono assolutamente contrarie al proporzionale (e che hanno addirittura come “programma di massima”, per usare una espressione di erfurtiana memoria, quello che in Italia è da sempre un tabù: il presidenzialismo).

A complicare il quadro per Zingaretti si sono aggiunte anche le voci critiche di due “padri storici” come Walter Veltroni e Romano Prodi, mentre Luciano Violante ha proposto di lavorare per superare il bicameralismo paritario specializzando le due Camere e anche prevedendo sedute comuni per accelerare certi iter obiettivamente lunghi e farraginosi. Come se non bastasse, dieci costituzionalisti di area e di peso hanno detto la loro, invocando il superamento dei listini bloccati, che in pratica, eliminando le preferenze, oggi consegnano il Parlamento (che diventa “di nominati”) ai leader di partito. Per andare a votare sarà poi necessario ridisegnare i collegi, ma la proposta di Leu che pure è ferma in Commissione preannuncia barricate da parte delle opposizioni.

Ovviamente, Giuseppe Conte cerca di prendere tempo anche su questo terreno, ma chi si gioca la faccia è proprio Zingaretti. Avrà pure vinto “le elezioni”, come dice, ma il segretario dem rischia seriamente di finire sommerso dal fango nelle paludi romane.

Cosa si gioca Zingaretti sulla legge elettorale. La bussola di Ocone

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