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A partire dalla prossima legislatura i parlamentari italiani diventeranno 600. 400 deputati e 200 senatori. Com’era stato largamente pronosticato alla vigilia, il Sì ha avuto la meglio nel referendum costituzionale di ieri e di stamattina. Quello che invece non era stato previsto, almeno non nelle dimensioni che sembrano profilarsi, è la quota dei No che al momento sembrerebbero raggiungere circa il 30% dei voti. Quasi un terzo dei consensi. Poco, ovviamente, se si ragiona in termini generali, ma molto di più se si pensa alle condizioni di partenza, alla natura del quesito e della riforma e agli esiti di tutti i sondaggi degli scorsi mesi.

La dimostrazione che la campagna per il No, divenuta sempre più forte nelle ultime settimane, un qualche risultato alla fine lo ha prodotto. Un fronte trasversale che ha annoverato, tra le sue file, alcuni parlamentari ed esponenti politici di primo piano come ad esempio Romano Prodi e Walter Veltroni ma anche il leghista Giancarlo Giorgetti. Nomi evidentemente di peso rilevante nei rispettivi schieramenti, ma niente a che vedere, in termini quantitativi almeno, con i sostenitori del Sì, a favore del quale era schierato ufficialmente quasi tutto l’arco costituzionale dei partiti.

Dai cinquestelle al Partito democratico, dalla Lega a Fratelli d’Italia. In pratica le 4 principali forze politiche italiane, che insieme arrivano a totalizzare circa l’80% dei consensi degli italiani, avevano assunto una posizione favorevole al referendum. Seppur, naturalmente, con diverse sfumature e diversi toni. Più sfumate le posizioni di Italia Viva e Forza Italia – che avevano lasciato libertà di voto agli iscritti – e di Leu, dove ad esempio si sono registrati il Sì di Pier Luigi Bersani e il No di Pietro Grasso. Di fatto gli unici due partiti contrari in tutto e per tutto al taglio dei parlamentari sono stati +Europa e Azione di Carlo Calenda, entrambi con una rappresentanza parlamentare molto ridotta.

Tutto questo per dire che adesso il Parlamento, il governo e la maggioranza dovranno necessariamente tenere conto delle ragioni dei sostenitori del No, dalla riforma elettorale a quella dei regolamenti parlamentari. Come peraltro hanno richiesto a più riprese Pd, Italia Viva e Leu e come si è impegnato a fare il leader dei 5 stelle e ministro degli Esteri Luigi Di Maio nel primo commento al voto. “Ce l’abbiamo fatta ancora una volta“, ha commentato ancora, a conferma che il movimento cercherà di intestarsi la vittoria dei Sì anche per compensare il risultato fortemente negativo che sembra profilarsi per i pentastellati alle regionali.

La domanda a questo punto è se l’esito del referendum avrà oppure no qualche impatto sulla stabilità del governo. In senso positivo si potrebbe dire, come ha osservato anche il fondatore di Youtrend Lorenzo Pregliasco: “La vittoria del Sì incentiva gli attuali parlamentari a non andare a elezioni visto il taglio di 345 seggi e impone alcuni mesi per ridisegno collegi o per riforma elettorale. Tradotto: la legislatura va avanti”. Ma c’è un altro fronte aperto nel pomeriggio dal leghista Edoardo Rixi: “L’attuale Parlamento non può votare il Presidente della Repubblica. La riforma prevede che ci siano 600 parlamentari, non gli attuali 945, un collegio di voti diverso”. Una teoria su cui nei prossimi mesi saranno impegnati a pronunciarsi i costituzionalisti. Ma pare chiaro che il quadro che sta emergendo dalle urne vada a rafforzare l’attuale alleanza di governo.

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