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L’espulsione di dieci diplomatici russi dall’Ungheria è un cambio di passo a Budapest nei confronti di Mosca. È anche un importante segnale in Europa all’indomani della vittoria della formazione di estrema destra filorussa e anti-Ue dell’AfD nel land tedesco della Sassonia-Anhalt.

Le elezioni in Ungheria del 12 aprile 2026 hanno posto fine a 16 anni consecutivi di governo di Viktor Orbán, filorusso, con la vittoria a maggioranza assoluta di Péter Magyar, vicino alle posizioni dei conservatori tradizionali Ue. Cioè, Magyar sembra aver voluto dare un segnale di determinazione contro la Russia quando mezzo continente ha cominciato a temere che l’ondata di partiti filorussi possa travolgere l’Ue.

In questi giorni, l’Ue ha subito due smacchi: il voto contrario all’adesione dell’Islanda all’Unione, oltre al successo dell’AfD.

Luigi Zanda, sul Sole 24 ore dell’8 settembre, nota che la fine dell’ordine di Yalta, le ambizioni della Cina di Xi Jinping, l’invasione russa dell’Ucraina e la turbinosa presidenza di Donald Trump hanno scosso tutto il mondo. Di fronte a ciò, l’Europa non può continuare a sonnecchiare. L’Ue non può essere una potenza economica senza essere uno stato politico. Se non si dà una politica unitaria, l’Unione perde anche lo status economico.

Come sottolinea Zanda, l’Ue è un progetto politico e deve darsi una politica. L’Europa non può essere una questione di contabilità economica, come una specie di grande corte dei conti continentale.

L’Europa, come unione e come singoli Paesi, oggi più che mai, in mezzo a due guerre che non danno segno di placarsi, è a un crocevia. O riesce ad andare avanti o marcisce e muore con conseguenze inimmaginabili.

Il progetto politico europeo nasce da un’intuizione americana, dopo la fine della Prima guerra mondiale: unire sotto un’unica cornice i Paesi che si erano combattuti per secoli e creare una struttura che facesse da argine all’avanzata dell’Urss. Il secondo passo avanti dell’unione avvenne di nuovo in chiave politica, stavolta antirussa, dopo la fine della Guerra Fredda.

Paesi ex parte dell’impero sovietico vennero accolti nell’Unione. Come mezzo secolo prima, americani ed europei non si fidavano dell’Urss, così, mezzo secolo dopo, non si fidavano della Russia. Mosca, nelle sue varie incarnazioni, rimaneva infida.

Fiumi di inchiostro sono stati versati sull’opportunità di allargare l’Ue e la Nato, lasciando Mosca fuori dalla porta. Ma rimangono un paio di problemi oggettivi. Una Russia all’interno dell’Ue, per le dimensioni del suo territorio e della sua popolazione, avrebbe ‘russificato’ l’Europa. Inoltre, almeno dal 2008, con l’attacco russo alla Georgia e poi con gli interventi militari in Siria, Libia e Ucraina, Mosca ha preferito soluzioni militari ai suoi problemi interni ed esterni. Ma i segnali preoccupanti erano già presenti, con la guerra aperta in Cecenia nel 1999.

Nel 2007, con Anna Zafesova, suggerimmo su La Stampa che la Russia si trasformasse in un grande ponte euroasiatico. Ma ricordo che Zafesova si diceva scettica sul fatto che la Russia riuscisse in questo compito. Aveva evidentemente ragione lei. Né l’accordo per l’acquisto del petrolio russo ha funzionato da deterrente. Mosca ha preferito distruggere la propria economia pur di perseguire i propri scopi geopolitici. L’idea europea, rivelatasi ingenua, era che Mosca avrebbe preferito i soldi concreti all’eterea gloria politica.

In queste condizioni, oggi l’Europa si ritrova con uno scopo politico preciso: vuole fermare Mosca o esserne travolta? È chiaro che i singoli Paesi europei non ce la fanno da soli né ad affrontare la Russia né a far fronte alla sfida politica, oltre che sociale e culturale, delle pressioni provenienti dal Medio Oriente, dalla spinta migratoria e dalle crescenti controversie con la Cina.

La questione migratoria è di gestione complessa, non di chiusura né di apertura orizzontale. Per affrontarla occorre più, non meno, coordinamento continentale. Così come i sommovimenti in Medio Oriente, la tensione perdurante in Israele, la guerra in Iran, il nuovo patto di Gedda tra Turchia, Arabia Saudita e Pakistan si sommano a dispute commerciali ed economiche sempre più complesse con la Cina.

Nessun Paese europeo è in grado di affrontare individualmente una di queste sfide, figuriamoci tutte insieme. Non a caso, il Regno Unito, al di là della Brexit, si coordina sempre di più con altri europei su praticamente tutti i temi.

L’Europa è stanca di guerre, post-eroiche. Bene, ma proprio per questo ha bisogno di unità. Solo unita può aiutare gli altri e contribuire a evitare le prossime guerre e spegnere quelle già accese.

Senza unità d’intenti, senza politica, l’Europa diventa uno spezzatino tra Russia, Paesi mediorientali e predoni africani. Non è solo declino economico.

Forse in questo il cambio di passo è stato dato proprio dall’Ungheria di Magyar. Nelle stesse ore, peraltro, la Germania annunciava che avrebbe fornito all’Ucraina i suoi missili Patriot per la difesa dai raid russi e i leader cristiani tedeschi lanciavano un allarme secondo cui seguiranno con attenzione e valuteranno criticamente la situazione democratica del prossimo governo dell’AfD in Sassonia-Anhalt.

Diversamente da un secolo fa, quando erano in gran parte distratte durante l’ascesa del nazismo, le chiese tedesche stavolta non vogliono farsi trovare impreparate.

Forse per la terza volta in 80 anni, Mosca spingerà l’Ue a un passo avanti politico.
Ciò pone priorità urgenti di maggiore coordinamento a tutti i Paesi europei. Per l’Italia, tornata terra di confine, all’incrocio di Asia, Africa e il resto d’Europa, è questione di vita, (rimanere unita all’interno dell’Ue) o di morte – divisa in tanti pezzi fuori dall’Unione.

Senza unità la sfida a Russia e Cina è persa. La questione politica europea secondo Sisci

L’espulsione di dieci diplomatici russi segna una discontinuità nella politica estera di Budapest dopo l’era Orbán. In un’Europa scossa dall’avanzata delle forze filorusse e dalle tensioni geopolitiche, torna centrale una domanda: rafforzare il progetto politico dell’Unione o affrontare divisi le sfide poste da Mosca, Cina e Medio Oriente. La riflessione di Francesco Sisci

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