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Il percorso è stato lungo e faticoso, ma alla fine l’emendamento di Lucio Malan sulle riserve auree sarà inserito nella legge di bilancio. Di conseguenza quei beni saranno non solo sul piano sostanziale, ma formale, di proprietà del popolo italiano anche se continueranno ad essere gestite, in piena autonomia, dalla Banca d’Italia, in quanto membro dell’Eurosistema. Che rappresenta l’ossatura della moneta unica.

Contribuiranno, nello stesso tempo a sostenere la credibilità del Sistema Europeo delle Banche Centrali (SEBC), dei 27 Paesi europei. Potranno, pertanto, essere utilizzate per interventi sul mercato dei cambi, per sostenere l’euro e per dare attuazione alla politica monetaria, che è di competenza della Bce. Circostanza che spiega l’intervento di quest’ultima, nella complessa trattativa che ha portato alla riscrittura dell’emendamento originale. Senza, per altro, sconvolgerne la versione primaria.

Dal primo dell’anno, quindi, l’Italia sarà un po’ più francese. Oltralpe, infatti, un articolo (141-1) del Codice monetario e finanziario, in vigore dal 2001, aveva da tempo stabilito che la “Banque de France détient et gère les réserves de change de l’Etat” (la Banca di Francia detiene e gestisce le riserve ufficiali dello Stato). In Italia il principio era da tempo acquisito, codificato tra l’altro nei Trattati, ma il dubbio poteva rimanere, considerata la storia stessa della Banca d’Italia: frutto di un evoluzione che la legava intimamente a quella più complessiva dell’intero Paese. Con le sue zone di luce e di ombra.
Nel tempo, infatti, alcuni aspetti della sua governance erano cambiati. A partire dalla natura giuridica dello stesso istituto: considerato “di diritto pubblico” a partire solo dalla legge bancaria del 1936. Qualifica ribadita nel 2013 (articolo 4 del decreto legge n.133). Epoca in cui sono state anche definite le nuove norme che regolano la detenzione del suo capitale. Pari a 7,5 miliardi di euro, suddiviso in 300 mila quote, dal valore pari a 25 mila euro cadauna.
Il Decreto stabiliva inoltre che nessuno, potesse detenere quote superiori al 5% del capitale complessivo.

E che le le quote di partecipazione potessero appartenere solo a banche, imprese di assicurazione e riassicurazione aventi sede legale e amministrazione centrale in Italia; fondazioni; enti ed istituti di previdenza sempre aventi sede legale in Italia e fondi pensione. Attualmente i partecipanti, sono 175. La parte del leone, con 18 mila quote, spetta all’Unicredit. Alcuni di questi soggetti, benché aventi sede in Italia, sono tuttavia dipendenti da gruppi esteri.
Alla luce di questa complessa situazione, pur non tenendo conto dei poteri della Bce, il valore simbolico di quell’emendamento risulta evidente. Ma sbaglieremmo se riducessimo il tutto solo ad una tardiva manifestazione di “sovranismo”. Seguire come varia nel tempo l’entità delle riserve valutarie: quindi non solo dell’oro, ma di tutte le altre componenti (valuta estera, prestiti con il Fmi, Diritti speciali di prelievo, ecc.), può essere un buon indicatore con cui misurare l’andamento della congiuntura e di conseguenza poter valutare l’efficacia della politica economica fino ad allora seguita.
Quest’ultima presuppone diverse variabili: alcune, per così dire, pubbliche; altre private. La politica monetaria è di natura pubblica, in quanto gestita direttamente dalla Bce.

Quella di bilancio, a sua volta, è anch’essa di natura pubblica, ma frutto di un complicato equilibrio. La gestione è affidata al Ministero dell’economia ed al Parlamento. Ma le regole – il Patto di stabilità e crescita – a livello europeo. La parte privata è, invece, compito del mercato: consumi, investimenti, andamento della bilancia dei pagamenti, distinguendo tra conto corrente, conto capitale e conto finanziario.

Una buona politica economica richiede un giusto equilibrio tra questi diversi elementi. Si deve evitare che la politica monetaria e quella di bilancio siano in contrasto tra di loro, al fine di non impattare negativamente sulle logiche di mercato. Che, a loro volta, potrebbero condurre a fenomeni di sottoutilizzazione delle risorse esistenti (tendenze deflazionistiche) o di eccesso di consumi rispetto al potenziale produttivo esistente (tendenze inflazionistiche).
La maggiore difficoltà, su cui lo stesso Mario Draghi da Presidente della Bce aveva richiamato l’attenzione, stava proprio nel disallineamento della politica monetaria rispetto a quella di bilancio. La prima calibrata sugli andamenti di un aggregato vasto, come il mercato unico europeo; la seconda, affidata invece alla responsabilità nazionale, ma nel quadro delle regole generali, previste dal Patto di stabilità. Poteva così succedere, come in effetti è avvenuto, che ad una politica monetaria fortemente espansiva, com’era quella del quantitatve easing, corrispondesse, a livello nazionale, una politica tendenzialmente deflattiva, destinata ad annullare i vantaggi della prima.

In Italia, a partire dal 2014, è stato un continuo stop and go. Prima della crisi del 2008 (made in USA) – quella dei subprime e del fallimento della Lehman Brothers – il suo tasso di crescita annuo era stato accettabile. Insieme ad un discreto avanzo primario di bilancio, si era riusciti, a contenere la crescita del debito pubblico, che nel 2007 aveva raggiunto il suo punto più basso: 103,7% del Pil (contro i 129,1 del 1994). Grazie alla simmetria “politica monetaria – politica fiscale” i salari erano cresciuti, più della media europea. Rendendo negativo il saldo delle partite correnti della bilancia dei pagamenti. Comunque: nulla di preoccupante.

In condizioni normali, il problema poteva essere facilmente gestito. Ma quelle, purtroppo, non erano condizioni normali. La crisi americana, infatti, aveva avuto un effetto devastante su tutte le aree del globo: dall’Europa alla Russia, dall’Asia al Medio Oriente, senza parlare degli stessi Stati Uniti. Al punto da essere paragonata, seppure con il senno del poi, a quella del 1929. Le conseguenze per l’Italia furono più che rilevanti. Trasformarono una semplice fragilità congiunturale in una crisi finanziaria di proporzioni inaudite, fino a portare, nel 1911, alla caduta del Governo Berlusconi ed alla nascita di un governo – quello presieduto da Mario Monti – che diete la stura ad una politica deflazionistica, destinata a cambiare i connotati di fondo dell’economia italiana.
In quegli anni, infatti, la politica di bilancio assunse un connotato fortemente restrittivo, nonostante l’espansione della politica monetaria del quantitative easing. Voleva tentare di contenere la crescita del deficit di bilancio e del debito pubblico, al fine di non urtare ulteriormente il sentiment dei mercati finanziari.

Realizzò invece un corto circuito. La deflazione dei salari, che aumentarono ad un ritmo molto più contenuto rispetto alle medie europee, consentirono di trasformare in surplus il vecchio deficit delle partite correnti della bilancia dei pagamenti. Ma il rapporto debito/pil, a causa della caduta del denominare non solo non diminuì, ma aumentò vistosamente. Passando dal 103,7% del 2007 al 154,4% del 202O. Il più alto di tutti i tempi. Nel frattempo le riserve ufficiali della Banca d’Italia – conseguenza indiretta di quella stretta – aumentavano del 127%: da 75,6 miliardi di euro a 172. Senza che a nessuno venisse in mente di chiedersi il perché.

Emendamento sulle riserve di Bankitalia, qui il sovranismo c’entra poco. L'analisi di Polillo

Una buona politica economica richiede un giusto equilibrio tra questi diversi elementi. Si deve evitare, dunque, che la politica monetaria e quella di bilancio siano in contrasto tra di loro, al fine di non impattare negativamente sulle logiche di mercato. Il commento di Gianfranco Polillo

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