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Nel giro di pochi giorni, il conflitto tra Iran e l’asse strategico formato da Stati Uniti e Israele ha compiuto un salto qualitativo che potrebbe ridefinire la natura stessa della guerra nel Golfo. Una serie di bombardamenti e attacchi con droni ha colpito infrastrutture idriche cruciali, tra cui impianti di desalinizzazione in diversi punti della regione. Questi eventi segnano l’ingresso esplicito dell’acqua tra gli obiettivi strategici del conflitto.

Uno degli episodi più significativi è stato il danneggiamento di un impianto di desalinizzazione in Bahrein durante un attacco con droni attribuito alle forze iraniane, avvenuto mentre proseguivano i raid aerei israeliani contro infrastrutture energetiche e militari in territorio iraniano. L’attacco ha aperto uno scenario di estrema vulnerabilità per gli Stati del Golfo, la cui sopravvivenza idrica dipende quasi totalmente da questi impianti.

La portata di questo passaggio è enorme se si considera la struttura economica e demografica della regione. Il Medio Oriente concentra circa il 40% della capacità mondiale di desalinizzazione, con quasi 5mila impianti che producono ogni giorno circa 29 milioni di metri cubi di acqua potabile. In molti Stati del Golfo tali infrastrutture garantiscono la quasi totalità dell’approvvigionamento idrico: circa il 90% dell’acqua in Kuwait e negli Emirati Arabi Uniti proviene dalla desalinizzazione, mentre piccoli Stati insulari come il Bahrein dipendono quasi completamente da queste tecnologie per l’acqua potabile.

In termini economici, ogni grande impianto rappresenta un investimento strategico che può superare diversi miliardi di dollari tra costruzione, energia e manutenzione. La loro distruzione o anche solo una temporanea interruzione dei loro servizi potrebbe generare costi economici enormi, sia in termini diretti – riparazioni, interruzione delle attività industriali, razionamento idrico – sia in termini indiretti, come l’instabilità sociale, l’aumento dei prezzi dell’acqua e la fuga di capitali. Non sorprende, dunque, che analisti strategici abbiano definito gli impianti di desalinizzazione il vero “tallone d’Achille” delle monarchie del Golfo. Colpirle significa incidere direttamente sulla sicurezza nazionale degli Stati coinvolti.

È in questa prospettiva che emerge con forza il valore dell’idrostrategia come campo di studio. L’acqua non è più soltanto una risorsa naturale o un problema di gestione ambientale; essa diventa una variabile fondamentale della geopolitica contemporanea. L’idrostrategia analizza come l’acqua possa trasformarsi in leva di pressione, fattore di deterrenza o persino arma indiretta nei conflitti moderni.

Il bombardamento di impianti di desalinizzazione nel Golfo rappresenta quindi un segnale inquietante: la guerra sta progressivamente estendendosi alle infrastrutture che sostengono la vita civile, dunque l’acqua emerge come uno dei nuovi campi di battaglia della geopolitica globale. Comprendere tali dinamiche non è più soltanto un esercizio accademico, ma una necessità strategica per interpretare i conflitti del XXI secolo.

Vi racconto la vulnerabilità idrica delle monarchie del Golfo. Scrive Verre

Di Filippo Verre

Il conflitto tra Iran e l’asse Stati Uniti-Israele nel Golfo ha introdotto un nuovo terreno di scontro: le infrastrutture idriche. Impianti di desalinizzazione, essenziali per la sopravvivenza di Paesi come Bahrein, Kuwait ed Emirati, sono ora nel mirino di attacchi strategici. L’acqua smette di essere solo una risorsa e diventa elemento centrale della sicurezza nazionale e della geopolitica regionale. L’analisi di Filippo Verre, consigliere per l’Idrostrategia ed energia della Sioi

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