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Il nuovo attacco iraniano a Incirlik apre un altro capitolo della crisi in Medio Oriente, perché di fatto mette a dura prova la diplomazia del governo turco. Recep Tayyip Erdogan, già in occasione del primo missile intercettato sui cieli delle due basi, aveva fatto capire di poter comprendere “l’errore”, al fine di non esarcerbare gli animi già altamente tesi. Ma adesso le cose potrebbero cambiare dal momento che il nuovo attacco alla Turchia si lega con l’attacco alla base italiana di Erbil e al drone lanciato contro la base inglese a Cipro.

Secondo l’agenzia di stampa turca “Anadolu” le sirene d’allarme sono risuonate nella base aerea di Incirlik, utilizzata dalla Nato, nella provincia di Adana, nel sud-est della Turchia per via di un missile balistico lanciato dall’Iran verso la struttura che ospita truppe americane. Inoltre è snodo cruciale per le operazioni statunitensi nell’intera regione. Già pochi giorni fa era stato sferrato un doppio attacco anche contro la base radar di Kürecik, circostanza che segue il drone lanciato contro la base britannica di Akrotiri, a Cipro. La risposta di Ankara è ancora una volta diplomatica, centrando un punto su tutti: la Turchia “non entrerà in guerra”. Accanto a ciò però il governo del Bosforo ha voluto inviare l’ennesimo messaggio esterno, ribadendo che possiede “tutte le capacità per difendersi”. Per cui se da un lato Erdogan ha scelto una postura basata su un “senso di responsabilità” ben definito, dall’altro questa pazienza non potrà durare all’infinito, dunque “i responsabili dell’attacco devono essere identificati immediatamente ed episodi del genere non devono avere luogo”.

Inoltre il tema dell’attacco ad un membro dell’alleanza come la Turchia si lega a doppia mandata alle parole pronunciate dal ministro della Difesa italiano Guido Crosetto secondo cui l’attacco a Erbil sembra essere stato intenzionale e ha sottolineato che l’installazione opera nell’ambito della missione di coalizione Operazione Inherent Resolve, che coinvolge i partner della Nato. “Si tratta di una base Nato nell’ambito dell’Operazione Inherent Resolve, quindi è anche una base americana”, ha dichiarato Crosetto alla Rai. Infatti l’attacco alla base italiana si inserisce in un quadro più ampio, suggerendo che il confronto con l’Iran sta iniziando a coinvolgere le infrastrutture militari occidentali al di là del campo di battaglia immediato. L’Iraq ospita anche la missione Nato, ovvero una missione di addestramento e consulenza coordinata dal Comando delle Forze Congiunte dell’alleanza di Napoli.

Dal canto suo la Nato, per bocca dell’ammiraglio Giuseppe Cavo Dragone, presidente del Comitato militare, dichiara alla stampa italiana che non esiste minaccia che Occidente e Alleanza non possono affrontare, ricordando tutto il bene della cooperazione con Unione europea e Nazioni Unite. Circa lo stretto di Hormuz, Cavo Dragone ha osservato che garantirne la sicurezza “non è impossibile ma molto difficile”, anche per il crescente utilizzo dei droni. Che la situazione sia grave lo dimostra il quarto arresto in un anno (qui i precedenti) di una spia straniera su suolo greco: ieri è finito in manette un 58enne polacco che da un furgone bianco controllava i movimenti in entrata e in uscita dalla base Nato di Souda Bay a Creta.

Missili in Turchia e spie a Creta. La doppia mossa dell'Iran

La risposta di Ankara è rimasta improntata alla prudenza: la Turchia “non entrerà in guerra”. Allo stesso tempo, il governo ha voluto mandare un segnale di fermezza, ricordando di avere “tutte le capacità per difendersi”. Erdogan mantiene una postura fondata su un preciso “senso di responsabilità”, ma avverte che questa pazienza non sarà illimitata: “I responsabili dell’attacco devono essere identificati immediatamente ed episodi del genere non devono avere luogo”

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