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Per la prima volta, un alto funzionario dell’amministrazione statunitense ha confermato pubblicamente che gli Stati Uniti dispongono, già oggi, di sistemi d’armi schierati in orbita e pronti all’azione. Secondo il segretario dell’Aeronautica Troy Meink, gli Stati Uniti dispongono oggi di “space control weapons in orbit” capaci di difendere le forze armate americane dalle azioni ostili di un avversario. Interrogato subito dopo il suo intervento sulla possibilità di fornire ulteriori dettagli, il segretario ha risposto che la formulazione era stata scelta con grande attenzione e che non intendeva aggiungere nulla, né sul tipo di arma né sul fatto che i sistemi siano stati testati o meno, aggiungendo che entrare nei dettagli operativi finirebbe per indebolire l’effetto deterrente che l’annuncio voleva produrre. Un portavoce della Space Force ha però confermato che gli Stati Uniti possiedono effettivamente armamenti in orbita capaci di difendere la Joint Force da azioni ostili, precisando che tali capacità possono essere impiegate sia in funzione offensiva sia difensiva, su disposizione dei comandi combattenti, e che le operazioni restano condotte nel rispetto del diritto internazionale, incluso il Trattato sullo spazio extra-atmosferico e il diritto dei conflitti armati. 

Cosa si intende per “controllo spaziale”

Il concetto di space control comprende un ampio ventaglio di capacità, cinetiche e non cinetiche, finalizzate a contendere e controllare il dominio orbitale attraverso azioni di disturbo, degrado e, se necessario, distruzione delle capacità avversarie. Non tutte implicano necessariamente effetti distruttivi o irreversibili; un laser può accecare temporaneamente i sensori ottici di un satellite senza danneggiarlo permanentemente, così come i sistemi di guerra elettronica possono disturbare una potenziale minaccia offrendo il tempo necessario a un asset alleato per manovrare e sottrarsi al pericolo. Esistono poi capacità pensate per danneggiare o distruggere un bersaglio, dagli intercettori fisici ai bracci robotici in grado di agganciare un satellite nemico, fino all’uso di un satellite stesso come proiettile cinetico contro un altro. A questo si affiancano, come categoria distinta ma collegata, anche le armi anti-satellite lanciabili direttamente dalla superficie terrestre.

La protesta del Dragone

La reazione di Pechino non si è fatta attendere. Il portavoce del ministero degli Esteri cinese Guo Jiakun ha duramente criticato la dichiarazione statunitense, definendola un passo verso la “militarizzazione dello spazio extra-atmosferico, trasformandolo in un campo di battaglia, oltre che una corsa agli armamenti in orbita”. Guo ha quindi esortato gli Usa ad abbandonare simili programmi, rivendicando al contempo l’impegno di lungo corso della Cina per un uso pacifico del dominio orbitale. Tuttavia, va detto che anche la Cina dispone di satelliti dalle capacità potenzialmente offensive, seppur mai riconosciuti pubblicamente come tali dalle autorità cinesi. Il caso più citato è quello della serie Shijian, un programma di satelliti sperimentali i cui dettagli restano in larga parte oscuri. Già nel 2013 tre di questi satelliti (Shiyan-7, Chuangxin-3 e Shijian-15) avevano attirato l’attenzione degli appassionati di tracciamento orbitale per aver condotto manovre di prossimità ravvicinate, con un mezzo apparentemente dotato di un braccio robotico in grado effettuare operazioni ravvicinate con altri assetti. 

Si può fermare la militarizzazione dello spazio?

La risposta breve è no. Man mano che i servizi spaziali (dalla navigazione alle comunicazioni, passando per l’Osservazione della Terra) diventano quantitativamente più disponibili e qualitativamente più performativi, la dipendenza delle società moderne da questo tipo di infrastrutture è destinata ad aumentare. Di conseguenza, è inevitabile che il valore degli assetti spaziali come bersagli militari o di azioni ibride aumenti allo stesso modo. A questo si aggiunge il boom della New space economy che, dalla questione dei data center orbitanti all’estrazione di risorse naturali dai corpi celesti, non mostra segnali di decelerazione. A non aiutare è anche l’assenza di una normativa internazionale solida. Il Trattato sullo spazio extra-atmosferico del 1967 vieta di collocare armi di distruzione di massa in orbita, ma non pone alcun limite circa la presenza di armamenti convenzionali, lasciando così un’ampia zona grigia. Dichiarazioni a parte, ad oggi nessuna potenza spaziale ha mai manifestato l’intenzione di riprendere le discussioni circa una seria regolamentazione degli affari extra-atmosferici. D’altronde, come per ogni frontiera, chi prima arriva meglio alloggia, e le potenze coinvolte nella nuova corsa allo spazio vedono nella regolamentazione preventiva un freno che potrebbe pregiudicare i vantaggi derivanti dall’avanzamento dei propri programmi spaziali. Stanti questi due elementi, il crescente valore economico-strategico dello spazio e l’assenza di regole condivise, non stupisce che gli attori in grado di farlo stiano accelerando sullo sviluppo di capacità “coercitive” in orbita. In questo senso, la militarizzazione dello spazio non può essere fermata, perché risponde a equazioni di realismo geopolitico che da sempre governano l’evoluzione degli strumenti militari. A mancare, in questo caso, è il contraltare diplomatico e cooperativo necessario per evitare incidenti e possibili escalation. 

 

Guerre Stellari, così Usa e Cina si accusano a vicenda sulle armi spaziali

Per la prima volta Washington ha ammesso di avere armi già operative in orbita terrestre, pur senza fornire alcun dettaglio operativo. La risposta di Pechino non si è fatta attendere, la quale accusa gli Usa di star trasformando lo spazio in un campo di battaglia. Ma la militarizzazione dello spazio può essere realmente fermata?

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