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È inutile nasconderselo: i referendum in genere, e questo in particolare, hanno in Italia un valore politico che, in linea di principio, non dovrebbero avere. Questo in particolare, perché è stato fortemente voluto da una forza politica ben precisa, che ne ha fatto da sempre una battaglia simbolica e ideologica, riuscendo a far convergere su di esso in questa legislatura quasi tutte le altre forze, anche quelle che ora fanno distinguo e in fondo se ne pentono. Non si potrà perciò, nel valutare lunedì sera i risultati della tornata elettorale che ci vede coinvolti, e che interessa anche il rinnovo dei consigli regionali di sette importanti regioni, non tenerne conto.

Anzi, si potrebbe dire, “pensando male” nel senso andreottiano del termine, che forse chi ha deciso di accorpare due votazioni così eterogenee, abbia voluto dare proprio un “aiutino” ai promotori. Il Movimento Cinque Stelle, infatti, che come ci ha ricordato ieri Stefano Folli, aveva tenuto e aumentato i consensi nei cinque anni (dal 2013 al 2018) che era stato all’opposizione, andato al governo due anni e mezzo fa, li ha non solo in buona dissolti (perdendo forse la propria credibilità) ma è anche entrato in una crisi profonda fatta di lotte intestine e ipotesi di scissioni. D’altronde, le stesse elezioni regionali hanno una forte valenza politica nazionale nel nostro Paese, soprattutto oggi che il voto di opinione conta più di quello di interesse e che il bipolarismo destra-sinistra si è ricompattato anche a Roma con il passaggio della Lega dal governo all’opposizione.

Messe così le cose, il Movimento si gioca tutto sul referendum, che, se andrà a buon fine, servirà a coprire abbondantemente i risultati (che sicuramente non saranno esaltanti) dei candidati governatori (solo in Liguria in comune con il Pd). Un no soprattutto, o un sì risicato, eventualità in verità remote vista la popolarità del provvedimento messo a referendum, ne metterebbero invece a dura prova la tenuta.

Quanto al partito di Zingaretti, la partita è a tutto campo ma è sulle regionali che il segretario si gioca molto, forse tutto. E i rischi in questo caso sono più grossi di quelli che corre il Movimento sul referendum. Mettendo da parte la Valle d’Aosta, che ha una storia politica a sé, delle sei regioni ove si andrà al voto, attualmente quattro sono in mano alla sinistra e due, cioè Veneto e Liguria, alla destra.

In queste ultime, i governatori uscenti saranno sicuramente confermati, così come confermato sarà il governatore di centrosinistra, ma molto autonomo dal partito romano, della Campania. La partita dei dem si gioca nelle altre tre regioni, con candidati che sembrerebbero contendersela sul filo di lana, soprattutto in Puglia e in Toscana. Cedere solo le Marche sarebbe tutto sommato un buon risultato per il Pd, uscito sconfitto dalle elezioni politiche del 2018 e ora impegnato in modo non certo brillante al governo. Un po’ diverso è il discorso se si perdesse anche la Puglia, soprattutto in considerazione del fatto che è la regione del presidente del Consiglio (che astutamente poco si è speso qui e altrove) e che il governatore in cerca di riconferma, Michele Emiliano avrebbe teoricamente dovuto piacere anche all’ala giustizialista dei grillini (che però corrono da soli).

Anche Matteo Renzi, nemico storico di Emiliano, ha presentato un suo candidato, complicando ulteriormente il quadro. Diversa la situazione per il leader di Italia Viva in Toscana, sia perché è la sua regione e il luogo di origine del “giglio magico” sia perché la candidatura dell’ “incolore” Eugenio Giani è stata voluta prima di tutto da lui. Una sconfitta sull’Arno metterebbe in crisi seria Italia Viva, che già oggi si può dire che sia stata una esperienza mai decollata. Ma altrettanto metterebbe in crisi la sinistra e il Pd, non fosse altro per il valore simbolico della perdita di una regione che da settanta anni è colorata di rosso. Sarebbe una sconfessione del Partito, di Zingaretti e del governo. Anche se, probabilmente, sarebbe solo il secondo a pagarne le conseguenze. Sarebbe anche una vittoria della Lega, e ancor più di Salvini, prima ancora che di tutto il centrodestra.

Nella “spartizione” in casa alla Lega è infatti toccato solo il “sicuro” Veneto, ove Luca Zaia rappresenta la vecchia guardia leghista e autonomista, e appunto la Toscana, ove la giovane e preparata (e anche con una discreta esperienza politica a più livelli) Susanna Ceccardi è una tipica espressione del salvinismo (anche se qualcuno aggiunge, maliziosamente, “dal volto umano”). Una affermazione di Raffaele Fitto in Puglia e del “meloniano” stretto Francesco Acquaroli nelle Marche ma una sconfitta in Toscana rappresenterebbe una indubbia vittoria del centrodestra, che invertirebbe il rapporto di 4 a 2 delle passate regionali a proprio favore, ma anche una vittoria personale di Giorgia Meloni che creerebbe forse qualche problema di leadership a Salvini.

Non tanto nella Lega, ove le divisioni interne sembrano costruite ad arte da media e avversari, quanto nell’alleanza, chi veramente non potrà forse gioire, in ogni caso, sarà Forza Italia, che corre con un suo uomo (fra l’altro di qualità e signorilità eccelse) proprio nella regione meno contendibile. E che, soprattutto, si vedrebbe ridotta a un ruolo secondario se, come sembra, non arriverà alla soglia del 10 per cento di lista. Forza Italia potrebbe però uscire “vincente” nel dopo elezioni, su un altro terreno: più strettamente politico che non elettorale. Lo stesso che, tutto sommato, non fa troppo temere nemmeno il premier, qualsiasi sia il risultato. Parliamo dell’Europa, ove stando incardinato il Cavaliere nel Partito Popolare, cioè in uno degli architrave dell’attuale maggioranza al potere a Bruxelles, potrebbe in qualche modo “facilitare” quel rapporto critico e conflittuale sì, ma più sereno, con Bruxelles che alla destra, con gravi conseguenze politiche, attualmente manca.

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