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Il rapporto tra Meloni e Abiy, spiega il viceministro degli esteri Edmondo Cirielli, rappresenta plasticamente “questa nostra ambizione di stringere rapporti più stretti con quei governi, in un contesto di eguaglianza tra Stati che ricercano di soddisfare i propri interessi reciproci”. Mancano poche ore al vertice Onu sulla sicurezza alimentare che si terrà ad Addis Abeba, co-presieduto dai premier di Italia ed Etiopia, e il viceministro campano che accompagnerà Giorgia Meloni nel corno d’Africa affida a Fomiche.net una lunga e articolata riflessione sulle interconnessioni esistenti tra Italia e Africa, che si ingrossano progressivamente in virtù del Piano Mattei, allineato al Global Gateway quindi con un preciso link alla voce Ue e Mediterraneo. Passaggio che si intreccia con il concetto di “Italia globale” su cui Palazzo Chigi sta investendo massicciamente.

Viceministro Cirielli, è molto solido il rapporto tra Italia ed Etiopia sulla scorta delle iniziative nell’ambito del Piano Mattei per l’Africa, come acqua, strutture sanitarie e agricoltura sostenibile. A che punto sono i progetti, come ad esempio la Gerd, ovvero la Grande diga della rinascita etiope in fase finale e la diga di Koysha, in cui si registra la partnership con Salini?

Italia ed Etiopia vantano un rapporto bilaterale che prescinde dai governi in carica e che affonda le sue radici nella storia. Cionondimeno, è innegabile che col governo Meloni il rapporto con l’Africa, e con l’Etiopia in particolare, abbia raggiunto un livello senza precedenti. Proprio l’Etiopia rappresenta un esempio concreto di come il Piano Mattei stia avanzando rapidamente attraverso realizzazioni concrete di grandi iniziative di sviluppo e cooperazione. Basti pensare che negli ultimi tre anni abbiamo deliberato 350 milioni di euro in progetti di cooperazione nel Paese. Tra le iniziative più importanti, ad esempio, cito il grande progetto di recupero ambientale e sviluppo sostenibile dell’area del lago Boye, nella municipalità di Gimma, un’iniziativa finanziata dalla Cooperazione italiana del valore di 25 milioni di euro, realizzata a tempo record e che verrà visitata dalla premier Meloni e dal primo ministro Abiy. L’iniziativa ha consentito di realizzare il recupero ambientale di un’intera area della città attraverso interventi di risanamento del lago e riqualificazione delle aree verdi circostanti. Ma come lei ha giustamente sottolineato, l’Italia è protagonista in Etiopia anche grazie agli investimenti privati e alle commesse che le nostre imprese sono riuscite ad ottenere. È il caso, per esempio, di WeBuild, che non solo ha realizzato la Gerd, ormai pronta per essere inaugurata, e sta costruendo la diga di Koysha, ma ha numerose altri progetti in corso di realizzazione nel Paese. Ciò a dimostrazione che l’Italia rimane una delle poche Nazioni in grado di realizzare grandi opere infrastrutturali all’estero riuscendo a competere e spesso a prevalere anche nei confronti dei giganti asiatici.

L’Etiopia si sta dimostrando desiderosa di portare avanti incisive riforme economiche che rappresentano anche l’occasione per l’incremento degli investimenti italiani in loco. Quale il significato complessivo, per l’Africa e per le regioni Mediterranee, di una Etiopia stabile?

La stabilità dell’Etiopia rappresenta un asset essenziale per la sicurezza dell’intero Corno d’Africa. Parliamo di un’area di rilevo geopolitico assoluto, incastonata com’è tra Mar Rosso e Oceano Indiano. Si tratta di una regione dalle enormi opportunità, ma che sta attraversando una fase estremamente delicata. Basti pensare alla guerra civile nel limitrofo Sudan, ormai in corso da tre anni, che ha prodotto vittime incalcolabili e 14 milioni di sfollati e rifugiati. O alle nuove tensioni etniche in corso in Sud Sudan, la nazione più giovane del mondo, ancora non pienamente stabilizzatasi. O ancora alla situazione in Somalia, dove il governo sta conseguendo progressi economici ed istituzionali ma ancora non è riuscito a sradicare i terroristi di Al Shabaab. In questo contesto, l’Etiopia rappresenta un bastione di stabilità imprescindibile, che va preservato a tutti i costi, nonostante le molteplici tensioni che attraversano una Nazione tanto complessa ed articolata.

Come il Vertice delle Nazioni Unite sulla Sicurezza Alimentare potrà intrecciarsi con gli obiettivi del Piano Mattei?

L’impegno assunto dall’Italia con la co-organizzazione insieme all’Etiopia del Vertice delle Nazioni Unite sulla Sicurezza Alimentare rappresenta un ulteriore esempio della serietà con cui il governo italiano si sta approcciando alle tematiche più sensibili per i nostri partner africani, come la sicurezza alimentare. L’Italia, come noto, è una potenza globale in questo settore, non a caso ospitiamo a Roma l’intero polo alimentare delle Nazioni Unite e nel 2024 abbiamo realizzato un export nel settore agroalimentare del valore di quasi 70 miliardi di euro. La sicurezza alimentare ha sempre rappresentato una priorità per la Cooperazione italiana, ma negli ultimi tre anni abbiamo compiuto un deciso salto di qualità grazie al crescente coinvolgimento delle eccellenze italiane del settore. La chiave di volta per promuovere uno sviluppo duraturo e sostenibile è il coinvolgimento del settore privato. Programmi come quelli che realizzeremo in partenariato con il Chieam, un’organizzazione internazionale con sede a Bari ma presente oramai da decenni in Africa e imprese italiane, in Paesi come Senegal, Ghana, Costa d’Avorio e Congo rappresentano un fiore all’occhiello del Piano Mattei. Non solo contribuiremo a ridurre l’insicurezza alimentare in quei Paesi, ma promuoveremo l’introduzione di metodi di coltivazione più moderni, sostenibili e resilienti al cambiamento climatico grazie ai programmi di formazione per agricoltori che metteremo in campo.

Quinto incontro in due anni tra Giorgia Meloni e Abiy Ahmed Ali che vantano una costante frequentazione: domenica e lunedì ad Addis Abeba il Vertice delle Nazioni Unite sulla Sicurezza Alimentare, dopo gli incontri Febbraio 2023 a Roma, aprile 2023 ad Addis Abeba, gennaio 2024 a Roma in occasione della presentazione del Piano Mattei, nuovamente a Roma nel maggio scorso. Cosa dimostra circa l’attivismo del governo italiano?

Ripeto: la serietà e la costanza con cui il governo italiano ha posto l’Africa al centro della propria politica estera è incontestabile. Riteniamo che sia necessario un cambio di paradigma: dobbiamo andare oltre l’emergenza degli sbarchi e guardare al continente africano con una prospettiva di lungo termine. Se ci poniamo con questa prospettiva, ci rendiamo conto che l’Africa detiene il 60% delle terre arabili, il 60% delle materie critiche prime, enormi riserve di oil&gas, enormi potenzialità nello sfruttamento delle energie rinnovabili e un bacino demografico sterminato. Assicurare un futuro di sviluppo all’Africa, significa assicurare un futuro di prosperità ai nostri figli. Compito del governo è di avere questa visione di lungo termine e di porre le basi per favorire gli investimenti del nostro settore privato creando le condizioni per una presenza italiana più radicata nel continente. Il rapporto tra Meloni e Abiy, ormai consolidato anche a livello personale, rappresenta plasticamente questa nostra ambizione di stringere rapporti più stretti con quei governi, in un contesto di eguaglianza tra Stati che ricercano di soddisfare i propri interessi reciproci. Si tratta di un percorso lungo e ambizioso, ma che credo stia già dando frutti visibili. Essenziale per il successo della nostra strategia, sarà il pieno coinvolgimento dell’Unione europea, che con il crescente allineamento tra Global Gateway e Piano Mattei stiamo realizzando, contribuendo a riorientare anche la politica europea verso l’Africa.

Etiopia e non solo, così l'Italia sta vincendo la sua scommessa in Africa. Parla Cirielli

Intervista al viceministro degli esteri che accompagnerà Giorgia Meloni in Etiopia: “L’Italia rimane una delle poche Nazioni in grado di realizzare grandi opere infrastrutturali all’estero riuscendo a competere e spesso a prevalere anche nei confronti dei giganti asiatici”. E sull’Africa aggiunge: “Riteniamo che sia necessario un cambio di paradigma: dobbiamo andare oltre l’emergenza degli sbarchi e guardare al continente africano con una prospettiva di lungo termine”

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